Coltano nella storia

La tenuta di Coltano è stata spesso al centro di eventi storici di primaria importanza. I numerosi reperti archeologici rinvenuti nell’area testimoniano di come essa fosse abitata fin dall’Età del Bronzo, assumendo un ruolo di particolare rilevanza nella produzione del sale; ciò anche per il fatto che nell’intera Penisola era presente solo un’altra salina, a Nettuno. A partire dalla fine del VII secolo a.C. vi si insediarono gli Etruschi, la cui organizzazione del territorio sarebbe sopravvissuta sino all’età imperiale romana. In particolare nella località di Isola – toponimo che sta a indicare la sua posizione rispetto all’enorme padule circostante – sono venuti alla luce diversi reperti che ne attestano la vita in quell’epoca.

Fu in particolare dopo la battaglia di Azio che la fisionomia della zona mutò radicalmente: una volta che Ottaviano ebbe distribuito fra i legionari i lotti di terreno dell’agro pisano, questo venne infatti “centuriato”, ossia suddiviso in quadrati mediante strade e canali. Tale ristrutturazione consentì una sistemazione della piana coltanese più uniforme e funzionale allo sfruttamento agricolo, con la creazione di una rete di fattorie il cui assetto sarebbe rimasto praticamente inalterato fino alla tarda antichità, e la cui produzione si sarebbe concentrata soprattutto su grano e foraggio.

Ma sarebbe stata la modernità a fare di questa landa acquitrinosa il teatro di una serie innumerevole di vicende, una più importante dell’altra. Il primo a ricostruirle fu, all’inizio del secolo scorso, Dario Simoni, medico di Casa Savoia nei lunghi periodi dell’anno che i regnanti usavano trascorrere nell’amata tenuta di San Rossore. Spinto dalla fama acquisita dalla località grazie alla presenza della radio di Marconi, egli compì meticolose ricerche per gli archivi toscani che gli consentirono di rintracciare diversi documenti riguardanti Coltano, il più antico dei quali risalente al 780 e rinvenuto nell’Archivio di Stato di Pisa: la richiesta avanzata da un signorotto pisano ai monaci dell’abbazia di S. Savino – cui apparteneva la bandita – di poter cacciare le lontre nel territorio circostante la chiesa di S. Quirico a Coltano.

La quantità delle notizie raccolte consentì al Simoni di redigere una “breve monografia storica”, nella cui prefazione spiega: “Arduo è senza dubbio il compito mio, giacché oscuro è il passato di questa Tenuta e, ad un ricercatore poco esperto qual io sono, può offrire materiale storico assai scarso e tale da non somministrare il modo di trarne fuori alcunché d’interessante e nello stesso tempo dilettevole. Né mi sarei accinto a trattare un così arido argomento, se la suddetta Tenuta, nota fino ad ora quasi esclusivamente alla classe dei cacciatori pisani e livornesi, non avesse in questi ultimi tempi acquistato non poca notorietà e rinomanza, per il fatto di esser divenuta la sede di una importantissima stazione radiotelegrafica e la più potente fra quante di simil genere esistano fino ad oggi”.

Dal pregevole studio apprendiamo anzitutto che la costituzione della tenuta fu dovuta a varie donazioni, provenienti da corporazioni religiose, opere pie, privati cittadini. A distinguersi in tale munificenza furono la stessa abbazia di S. Savino, l’Ospedale dei Trovatelli, i monasteri di S. Vito e S. Lorenzo alla Rivolta, l’Ordine di Santo Stefano.

Origini e caratteristiche della tenuta  Estesa per oltre 3.000 ettari nella vasta pianura formatasi tra Pisa e Livorno a seguito dalle alluvioni dell’Arno, la tenuta ha una forma abbastanza regolare, come di un grande rettangolo lungo quasi 9 chilometri, largo 4 e orientato da nord a sud; una linea retta che unisse le due città coinciderebbe all’incirca con il suo asse longitudinale. L’ampiezza e la centralità della collocazione geografica di Coltano sono evidenziate anche dal fatto che il suo territorio ospita strategiche vie di comunicazione che riflettono le necessità delle varie epoche: l’Aurelia, il Canale dei Navicelli, la ferrovia, l’aeroporto di San Giusto, l’autostrada Genova-Rosignano.

Per quanto riguarda i confini della tenuta, sul versante settentrionale essa si estende da San Piero a Grado a Ospedaletto; a delimitarla a oriente è la Strada Pisana-Livornese, a meridione la Fossa Chiara, a occidente la pineta di Tombolo. Ed è proprio nella natura di quest’ultima che va individuata la prima delle concause dei vasti impaludamenti prodottisi nella pianura postale a levante: il suo nome richiama infatti la serie di dune caratterizzanti quel tratto di litorale, detti “tomboli”. Mentre l’altra è da ricercare nel graduale innalzamento del letto dell’Arno: cosicché le acque piovane non potevano più scolarvi, al tempo stesso impedite di raggiungere il mare dalla dune sabbiose del Tombolo.

Per questo, prima della bonifica del secolo scorso, i paduli coprivano all’incirca i due terzi del comprensorio coltanese, essendo i più estesi divisibili in due gruppi: quelli nord-orientali (Maggiore, Siepe, Manzino, Gracitone), rivolti verso Pisa, quelli sud-occidentali (Stagno e Ballerina), orientati verso Livorno. La loro quota teneva una media di 10 centimetri sotto il livello del mare, con una punta massima di mezzo metro. Assai suggestiva la toponomastica, che di ciascuno degli acquitrini sottolineava la peculiarità: Gracitone era un evidente richiamo alla massiccia presenza di ranocchi, Porcile indicava la vicinanza all’allevamento dei suini, Pantera evocava la presenza di un esemplare del più esotico e misterioso dei felini. Altri nomi facevano riferimento alla flora prevalente in zona: Castagnolo, Fossa al Pino, Campo all’Orzo, Campo d’Olmo, Giuncaie.

Di conseguenza, la conformazione del territorio rifletteva quella sorta di compromesso fra acqua e terra che caratterizza le aree palustri a distinguerle dai laghi: i due grandi agglomerati di “terre basse” erano divisi da una lunga striscia di terreno emerso, che attraversava tutta la tenuta nell’alternanza di boschi e praterie con un graduale allargamento da nord-ovest a sud-est, a tutt’oggi ben riconoscibile. Le lievi ondulazioni che ne risultavano – dall’altitudine mai superiore agli otto metri sul livello del mare – hanno assunto la denominazione di “poggi”: di Castagnolo, dei Mortellini, delle Serre, al Toro; il Poggetto della Sofina. A tali modesti rilievi si deve peraltro la denominazione della località: in latino coletus significa infatti “piccola altura, poggio”. Da cui coletanus: “luogo caratterizzato dalla presenza di poggi”.

Ma ascoltiamo in proposito la somma autorità in materia: Emanuele Repetti, lo studioso che nella prima metà dell’Ottocento dedicò una vita a classificare e caratterizzare ciascuna località della Toscana. Con certosina meticolosità, egli ci spiega anzitutto il significato del termine ‘bandita’: “con questo nome sono designate in Toscana due specie diverse di Bandite, quelle riservate per uso della caccia e della pesca al Sovrano dentro un designato perimetro, affatto diverse dalle Bandite geografiche che servono a indicare, specialmente in Maremma, i territori dei Castelli, Comunità, e popolazioni distrutte. Appartengono alla prima classe di Bandite, otto fra le tante altre sbandite dalla casa Granducale Regnante. […] L’ottava ed ultima Bandita Reale è quella di Coltano e Castagnolo, a partire dal fosso del Carigi sino al di lui sbocco in fossa Chiara, e di là proseguendo nel fosso de’ Navicelli prendendo all’insù la ripa sinistra per il ponte di Castagnolo fino al Caterattino dello scolo di Pisa, di dove rivolgesi per termini artificiali per le prata, e ritorna sul fosso del Carigi”.

Dopodiché lo storico e geografo apuano dedica alla nostra tenuta tre specifiche voci, due delle quali riservate a Castagnolo a ribadirne l’importanza nell’ambito del territorio la cui denominazione complessiva avrebbe visto privilegiato Coltano. Del quale costituisce la parte nord-occidentale, con i caratteristici “poggioli” boschivi i quali, allorquando erano circondati dalle acque, ospitavano i ricoveri degli animali e dei lavoranti.

Bandita e Tenuta di Coltano nel Val d’Arno pisano. Porta questa denominazione fino dal secolo IX una vasta tenuta Regia già coperta di selve e di acquitrini, situata nella pianura meridionale di Pisa e compresa nel popolo di S. Giusto in Canniccio. Essa ha per confine a levante il fosso del Carigi; a ostro la fossa Chiara, a ponente la fossa de’ Navicelli sino al Caterattino dello scolo di Pisa, lungo il quale voltando la faccia a settentrione ritorna verso il fosso del Carigi”; nelle annotazioni è inoltre indicato il Piviere di appartenenza: S. Maria Maggiore a Pisa. “Castagnolo nella pianura pisana. Nome di una Imperiale e Regia Bandita che va unita a quella di Coltanofra Pisa e i ponti di Stagno. Appartengono alla Bandita di Castagnolole praterie alla sinistra del fosso de’ Navicelli; a partire dal Caterattinodello scolo di Pisa sino alla confluenza di fossaChiara”. “Castagnoli di Coltano nella pianura meridionale di Pisa. Una membrana del Monastero di S. Silvestro di Pisa del 10 maggio 1132 rammenta cotesta contrada, che è dichiarata posta fra S. Piero in Grado e Coltano”.

L’età moderna  Nell’Alto Medioevo l’isolamento del territorio di Coltano vi favorì l’insediamento monastico: oltre alla chiesa di S. Quirico e alla residenza adiacente, lungo la medesima striscia di terra era infatti presente, alla Lavoria, un’altra struttura religiosa, di architettura preromanica come testimoniato dalle fondamenta portate alla luce dagli scavi effettuati nel 1960 (peraltro mai conclusi) e che diversi elementi suggeriscono trattarsi di un monastero. Sepolti tutt’attorno secondo la consuetudine monastica furono rinvenuti degli scheletri calcificati, adagiati su una nuda tavola; che si trattasse di monaci era poi confermato dal fatto che le salme erano state composte con le braccia incrociate sul petto. Le analisi condotte sul legno delle tavole consentirono inoltre di datare le sepolture a un migliaio di anni prima.

Da un altro documento rintracciato dal Simoni apprendiamo che l’imperatore Enrico II nel 1014 – anno della sua incoronazione a Roma – riconobbe all’abbazia di S. Savino dei benefici mediante un diploma in cui si faceva riferimento anche a S. Quirico a Coltano. Nel 1334 una parte della tenuta divenne possedimento della Torre di Bacciombo pisano, per tornare sei anni più tardi sotto l’unica proprietà dei monaci della badia cascinese, i quali la diedero in affitto a Giovanni di Lupo di S. Michele degli Scalzi.

Dopo che nel 1406 la Repubblica di Pisa fu finita nell’orbita di Firenze – con il conseguente esilio di prestigiose famiglie cittadine che non intesero piegarsi alla durezza delle condizioni imposte dagli acerrimi nemici gigliati – numerosi esponenti del patriziato fiorentino tesero a costituire vaste proprietà nel contado pisano. In particolare l’insediamento dei Medici data al 1446, con l’acquisto di Palazzo Appiani da parte di Piero il Gottoso; della malattia di famiglia soffriva anche il figlio Lorenzo, che usava soggiornare a Pisa per beneficiare dell’aria di mare. Parallelamente allo stabilizzarsi del loro dominio politico, i Medici curarono l’espansione della proprietà fondiaria, compiendo nel volgere di pochi anni consistenti acquisti indirizzati perlopiù verso ampie estensioni incolte, adibite a pascolo o anche impaludate. Già sotto il Magnifico diversi erano così gli appezzamenti posseduti a Coltano; nel 1492 – anno della sua morte – risultavano essere stati acquistati, da nobili pisani (dal Colle, Neretti, Cevoli), il pascolo e i Poggi di Castagnolo, il Padule Maggiore e altri 24 ettari nella comunità di Oratoio: il primo nucleo della proprietà medicea era dunque concentrato nella parte nord-occidentale della tenuta.

Le cui vicende seguiranno nel secolo successivo quelle dei signori fiorentini, e segnatamente di Cosimo I ormai lanciatissimo, una volta sottomessa anche Siena, verso la conquista del titolo di granduca di Toscana. Dopo vari tentativi effettuati in qualità di feudatario imperiale, fu solo con l’ascesa al soglio pontificio del filomediceo Pio IV che Cosimo ottenne dalla Santa Sede la costituzione e l’affidamento al suo casato dell’Ordine di Santo Stefano, deputato alla difesa del litorale toscano dalle incursioni dei pirati saraceni e perciò collocato prima a Portoferraio, quindi a Pisa.

Conseguentemente, Cosimo poté disporre della compiacenza papale per utilizzare l’Ordine a scopi che non erano tanto religioso-cavallereschi, e neppure militari, quanto piuttosto privati, ottenendo nel 1562 dal pontefice il trasferimento della proprietà di Coltano dall’abbazia di S. Savino agli stessi Cavalieri di Santo Stefano. Il processo di acquisizione della parte centrale della tenuta si sarebbe completato nel 1586, allorché il successore Francesco I ne ricevette dall’Ordine il possesso. A un’ulteriore espansione della proprietà avrebbe poi provveduto il figlio Antonio – appassionato di caccia – permutando altri possedimenti di famiglia con macchie e paduli coltanesi.

Oltre all’apertura del Canale dei Navicelli, a Cosimo si deve la prima iniziativa di bonifica della distesa acquitrinosa circostante, intrapresa con la costruzione nel 1558, a Putignano, di una cateratta a dodici luci, il Fosso delle Bocchette, “allo scopo di derivare le acque dell’Arno in piena per colmare con le torbide trasportate i profondi e vastissimi paduli di Coltano, Padule Maggiore e Stagno”. La spettacolare costruzione in mattoni è tuttora visibile, lungo la Tosco-Romagnola; consentendo il suo meccanismo il passaggio, assieme all’acqua, anche della rena trasportata dal fiume limaccioso, nella zona posta a nord del Padule Maggiore si venne a formare una colmata chiamata “Le Rene”: nome rimasto a caratterizzare quella parte di tenuta.

Presto tuttavia insorsero dei problemi che indussero il granduca ad abbandonare tale tentativo di bonifica “per colmata”. Il primo fu rappresentato dal notevole peggioramento della situazione igienica della città di Pisa, a causa della prossimità del canale; il secondo dai danni arrecati agli adiacenti terreni coltivati, con conseguenti proteste da parte dei proprietari. Dismesso questo primo impianto, nel 1568 ne venne costruito un altro più a monte, in modo da tutelare maggiormente Pisa deviando parte delle piene dell’Arno verso il Calambrone: il “trabocco” delle Fornacette, che diede vita al canale Arnaccio. Transitando proprio in quel punto la Via Pisana (l’antenata della Tosco-Romagnola), si dovettero costruire dei ponti per ovviare all’ingorgo venutosi a creare tra sistema idraulico e viabilità.

Nel 1581, nel corso del suo viaggio in Italia passò da Coltano Michel de Montaigne: dal suo Diario apprendiamo che dal punto di vista agro-pastorale la tenuta era già ben avviata, producendo in particolare cereali e latticini; fiorente anche l’allevamento del bestiame. Difatti i Medici, impossibilitati dalla vastità della superficie palustre a privilegiare l’agricoltura, pensarono bene di sfruttare la fertilità dei pascoli circostanti le zone umide per promuovere la zootecnia, impiantando allevamenti sia equini che bovini; caccia, pesca e pastorizia sarebbero peraltro rimaste per lunghi secoli le principali fonti di rendita della proprietà.

Per fare cassa, Francesco I privilegiò l’affitto delle terre alte; tranne quella centrale, sulla quale volle edificato un casino di caccia, la cui progettazione egli commissionò nel 1586 all’architetto di corte Bernardo Buontalenti. La cui mano tracciò tuttavia una struttura che, inglobando la chiesetta di S. Quirico e l’attigua canonica, assumeva piuttosto le sembianze di una villa, destinate peraltro ad accentarsi con le modifiche successive; conseguentemente, la residenza del prevosto fu posta all’interno dell’edificio. Di fianco, su disegno dello stesso progettista, furono costruite le stalle.

Sotto i Medici nessun progresso fece invece registrare la viabilità; del resto sappiamo di come essi fossero tutti intenti a valorizzare Livorno, a scapito di Pisa. Dobbiamo dunque immaginare i granduchi e il loro seguito percorrere la tenuta a cavallo, specie in occasione delle rituali battute di caccia, attraverso le aree boschive e prative concesse dalle acque.

Estintasi nel 1737 la casata medicea, il Granducato di Toscana passò agli Asburgo-Lorena. Vari fattori contribuirono a far sì che i nuovi principi si disponessero nei confronti di Pisa con ben altro atteggiamento rispetto ai predecessori: anzitutto il suo clima, ideale per trascorrervi il periodo invernale. Oltre alla simpatia che dové caratterizzare il loro rapporto con la popolazione locale (riguardo alla quale non è difficile immaginare che la fine della dominazione dei fiorentini venisse salutata come una liberazione), fu lo spirito dell’Illuminismo, dal quale i Lorena erano profondamente animati, a favorire certe affinità culturali con un ambiente così dinamico e aperto alle scienze quale quello pisano: non a caso, fu qui che nel 1786 Pietro Leopoldo emanò il Codice che riformava la legislazione criminale abolendo pena di morte e tortura. Il medesimo granduca volle Pisa collegata addirittura con la Pianura Padana, facendo iniziare da Porta a Lucca la strada per l’Abetone.

Per quanto riguarda Coltano i principi asburgici, anziché dismettere la tenuta come avvenuto per molte altre ville del patrimonio dei predecessori, la ampliarono e abbellirono elevandola a luogo di rappresentanza, come in occasione della visita compiuta da Ferdinando I di Borbone nel 1785. Il palazzo mediceo assunse il suo definitivo aspetto di residenza patrizia, accentuata dall’aggiunta della caratteristica torretta laterale; la chiesa fu ristrutturata secondo i canoni dell’epoca, e arricchita di un palco dal quale la famiglia granducale poteva assistere alla messa. A testimonianza del loro interesse per la proprietà pisana, i Lorena ne ripristinarono inoltre l’amministrazione diretta, rescindendo tutti i contratti di affitto stipulati dai Medici, ultimamente parecchio indebitati.

Nel 1789 Pietro Leopoldo diede alla tenuta il suo assetto definitivo, annettendole il Poggio dell’Isola e il Padule di Stagno; vi impiantò inoltre l’allevamento di una razza equina pregiata. Presenza che non sfuggì all’abate Giovan Battista Casti, poeta e viaggiatore: “Così di Pisa alla campagna amena / su i verdi prati di Coltano erboso, / lungo il sentiero che a Livorno mena, / vidi talora lo stallon fojoso”.  All’ippica era interessato anche Leopoldo II, al punto di tracciare una pista nel Prato degli Escoli a San Rossore; a Coltano egli promosse invece la caccia, ampliando l’estensione della riserva. Furono inoltre costruite nuove stalle, sul lato opposto della Villa rispetto a quelle del Buontalenti; il fontanile, pregevole abbeveratoio per i cavalli munito di serbatoio; altre cisterne furono edificate in punti strategici della tenuta, a ridosso delle strade principali.

Grande attenzione i principi asburgici dedicarono alla sistemazione idraulica del territorio pisano. Sin dal 1757 Francesco III intraprese la bonifica del Lago di Bientina, commissionando al grande ingegnere Leonardo Ximenes un imponente progetto che prevedeva la creazione del Canale Imperiale (“l’emissario”) e la regolazione del suo sbocco in Arno mediante cinque cateratte posizionate a San Giovanni alla Vena. L’intervento successivo riguardò più da vicino Coltano, e in particolare la sua zona sud-occidentale: la realizzazione dell’idrovora sull’Arnaccio, con la creazione di un sistema di canali che garantisse il miglior deflusso delle acque stagnanti verso il mare.

Il primitivo canale fu sdoppiato, con l’apertura alla sua destra della Fossa Chiara, alla sinistra del Rio del Pozzale; il suo alveo interrato, per lasciare il posto alla Strada delle Colmate: ossia l’attuale “Arnaccio”. Alla sinistra del quale oggi scorre tuttavia lo stesso Canale Imperiale, dopo che alla metà dell’Ottocento la volontà di Leopoldo II di sgravare ulteriormente l’Arno ebbe propiziato all’ingegno di Alessandro Manetti lo spostamento del letto dell’emissario con la costruzione dell’ardita “botte” che gli consente di superare il fiume sotterraneamente. L’altro importante canale di scolo creato dalla bonifica lorenese fu il Fosso Caligi. Per la tenuta di Coltano l’impegno profuso da Francesco III significò soprattutto l’alleggerimento della situazione dei paduli Maggiore e dello Stagno.

Come già accennato, un ruolo importante nel principato del successore Pietro Leopoldo fu rivestito dalla viabilità; anche a Coltano, con la realizzazione in particolare, nel 1788, della strada che avrebbe costituito la via maestra di accesso al centro della tenuta fino al 1920: il Vione dei Pini. Il cui percorso fu determinato dall’alveo originario del Canale dei Navicelli: il quale rispetto a oggi era posto più a ovest, venendo scavalcato dalla via Livornese alla Vettola per mezzo del ponte di S. Maria degli Angioli. Di conseguenza, il viale leopoldino fu fatto iniziare proprio di lì, in modo da non interferire con il canale nel primo tratto, percorso in direzione sud; dopodiché piegava a sinistra, passando il ponte dei Poggi di Castagnolo e assumendo un andamento rettilineo che lo portava prima ad attraversare l’Aurelia, quindi a superare Fosso della Sofina e Padule della Ballerina. Procedendo verso est occorreva attraversare la bandita boschiva e le praterie prima di giungere ai “Palazzi”, al termine di un percorso di sei miglia. Praticabile anche nel periodo invernale, il granduca lo volle incorniciato da un quadruplice filare di pini domestici, dando così vita a un viale assai suggestivo. Il cui tracciato risultava un capolavoro di ingegneria ma anche di discrezione: perché Pietro Leopoldo lo volle circoscritto alla proprietà granducale, rispettandone il limite costituito dal Canale dei Navicelli.

Dalla zona della Villa il più sobrio Stradone del Mulinaccio rappresentava la naturale prosecuzione del precedente. Rivolto anch’esso verso oriente, a caratterizzarlo erano soprattutto due ponti, che gli consentivano di superare altrettanti fossi: quello sul Caligi, con lo stemma lorenese e il bell’idrometro in marmo; l’altro, sul Titignano, a due arcate e precedendo una cisterna. Un breve viale si dipartiva invece verso sud, giungendo a servire il capannone della Lavoria, sede dell’allevamento dei muli.

Altro Lorena ad avere un debole per Coltano fu Ferdinando III, il cui principato subì l’interruzione dovuta alla dominazione napoleonica. Grande passione egli ebbe per l’arte, facendo affrescare le volte del palazzo e costruire, sul retro, il neoclassico “CaffèHouse”, sorta di tempietto esagonale anch’esso internamente decorato a tempera, e con il monogramma del granduca e della moglie Luisa di Borbone raffigurato nella caratteristica cupola, rivestita da lastre d’ardesia. Egli fece inoltre apporre lungo il Vione dei Pini dei cippi miliari in pietra serena.

Nel 1843 furono aperti due lunghi stradoni funzionali ai paduli più estesi: quello del Viadotto scorreva in prossimità del Maggiore, congiungendosi all’Aurelia all’altezza di Castagnolo; quello delle Tamerici serviva lo Stagno, sboccando sul tratto terminale dell’Arnaccio. Praticabili soltanto in estate avanzata, la loro creazione fu dovuta allo sfruttamento del falasco, la cui erba veniva impiegata per impagliare le sedie; essi sarebbero tuttavia sopravvissuti anche una volta cessata la loro destinazione originaria: la bonifica novecentesca ne avrebbe infatti sancito la trasformazione in moderne strade asfaltate. Opposto il destino del Vione dei Pini, condannato a una progressiva decadenza dalla sua stessa natura, creandogli vento e deterioramento delle piante grossi problemi di manutenzione. Ma a dargli il colpo di grazia sarebbe stata la ferrovia, tagliandolo a metà e lasciando in vita solo il tratto interno, ribattezzato come strada della Sofina.

Grande fu la passione dell’Ottocento per la nuova conquista rappresentata dal treno: anche in Toscana sin dagli anni Venti si pensò alla costruzione di una linea ferroviaria che congiungesse Firenze a Livorno – principale porto del Granducato – seguendo il corso dell’Arno. Destino volle tuttavia che il primo tratto ad essere realizzato non fosse quello a monte ma a valle: dopo tre anni di lavori da parte della “Società della Strada Ferrata Leopolda”, nel 1844 vedeva così la luce la ferrovia Pisa-Livorno (la quarta in Italia dopo la Napoli-Portici, la Milano-Como e la Napoli-Roma), la quale scorre all’interno della tenuta per un tratto di cinque chilometri, lungo il suo fronte nord-occidentale. A servire Coltano era in particolare il casello della Sofina, utilizzato nel tempo dai braccianti che andavano a lavorare i campi bonificati, dagli addetti alla sistemazione dei canali, dai cacciatori pisani e livornesi dopo che fu loro consentito l’accesso a quella sconfinata terra paludosa, ricca di uccelli acquatici e di beccacce.

Mentre il viaggiatore che vi si trovasse semplicemente a passare e gettasse l’occhio fuori dal finestrino poteva ammirare, specie nel periodo invernale, un paesaggio del tutto particolare e per certi aspetti unico, caratterizzato dallo stridente contrasto che si determinava fra le sterminate distese di stagni e acquitrini e l’attività sia delle due vicine città che dell’adiacente piana dell’Arno, intensamente coltivata.

A tale sorprendente visione ha dedicato un’intensa pagina il Simoni: “Colui che da Pisa recasi per ferrovia alla vicina Livorno, scorre da prima in mezzo a terreno ubertoso, tagliato regolarmente a campi incorniciati da dritti filari di viti, che velocemente passano sotto i suoi occhi siccome in ridda roteante e sempre più vertiginosa man mano che il treno si accelera nella sua rapida corsa; nel tempo stesso però che da Pisa quegli si allontana, nota che la natura va gradatamente cambiando aspetto; al suolo fertile e lavorato succedono estese praterie da prima rilevate e sane, poi basse e acquitrinose che ben presto si convertono in terreno affatto paludoso. Quindi non più alberi, non più vita, non più umane abitazioni se non al di là delle sconfinate paludi che gli stanno ai lati e che quasi gli fanno credere di trovarsi in quel momento in una plaga di desolata maremma, anziché a due passi da fiorenti e popolose città. Né di breve durata, a dire il vero, è la sconfortante impressione che l’animo suo riceve da quel nudo e squallido aspetto, giacché, se ne togli un brevissimo tratto, essa lo accompagna per circa cinque chilometri, e cioè dai pressi del casello ferroviario comunemente chiamato “Le Venticinque” fino al Fosso dei Navicelli; o, in altri termini, per tutto il tempo impiegato dal treno nel traversare obliquamente la Reale Tenuta di Coltano”.

D’estate però tale desolazione scompariva: “quasi che la natura volesse celare con un manto di maestosa bellezza la miseria del suolo e l’insidia dell’aria, dando l’illusione di una falsa opulenza. Numerose strisce di fitto bosco, create sul margine dei paduli e lungo la zona alta a favorire l’allevamento della selvaggina, rompevano, unitamente ai filari di pini domestici, la monotonia del paesaggio; con gli stessi acquitrini a rivestirsi in primavera di una intensa, lussureggiante vegetazione palustre che nascondeva lo specchio delle acque”.

Costituitosi il Regno d’Italia, il comprensorio di Coltano passò al demanio, entrando a far parte fin dal 1860 della dotazione dei Savoia, unitamente a quello di San Rossore. Con l’aggiunta della tenuta di Tombolo e della fattoria di Malaventre, nel 1868 il patrimonio terriero della Corona nel Pisano raggiungeva l’estensione di 13.289 ettari, venendo a costituire il suo possedimento in assoluto più esteso. Tutte queste proprietà venivano gestite direttamente dalla famiglia reale, per mezzo di un amministratore cui facevano capo sia i lavoratori salariati che i – pochi – mezzadri.

La Villa Medicea divenne la sede dell’Amministrazione della tenuta, alla quale furono apportate fin da subito numerose migliorie, con l’apertura di nuove strade campestri e fossi di scolo e la messa a coltura di diversi terreni della zona alta. Un ruolo centrale assunse poi l’allevamento dei cavalli, con la promozione della Reale Razza Equina, per ospitare i cui esemplari furono costruite nuove stalle.

A Coltano dimorò per qualche tempo Vittorio Emanuele II, facendo restaurare il palazzo, dilettandosi con caccia e pesca e capeggiando le battute di caccia ufficiali. Egli fece inoltre dismettere i cippi lorenesi che scandivano la strada della Sofina sostituendoli con quelli che recavano lo stemma dei Savoia, anch’essi in pietra serena: avendo il Regno d’Italia adottato il sistema metrico decimale, alla scansione miliare subentrò quella chilometrica.

Avendo Umberto I privilegiato le tenute reali della Val d’Aosta rispetto a quelle pisane, fu l’ascesa al trono di Vittorio Emanuele III a riportarle in auge. Anzitutto mediante una loro maggiore apertura verso il territorio circostante, concretizzatasi con la trasformazione della pista degli Escoli in un moderno ippodromo, la creazione della stazione balneare di Marina di Pisa e la parziale liberalizzazione di caccia e pesca a Coltano: e si dice che il giorno dell’apertura ci lasciassero le penne 700 lepri e 300 fagiani. Ma nella nostra località il sovrano sarebbe stato soprattutto il patrocinatore, con le sue concessioni fondiarie, dello sviluppo di radiotelegrafia e aeronautica.

Marconi e la Stazione radiotelegrafica ultrapotente  Dopo il confortante successo dei suoi primi tentativi di trasmissione radiotelegrafica, il giovane Guglielmo Marconi (figlio di madre irlandese, e con il padre che aveva assunto anch’egli la cittadinanza britannica) decise di proseguire i propri esperimenti nel Regno Unito, ritenendo di avervi maggiori possibilità di reperire i finanziamenti necessari allo sviluppo della telegrafia senza fili; a tale scopo nel 1897 egli fondò a Londra un’apposita azienda, la Marconi’s Wireless Telegraph Company. Tre anni più tardi le ricerche finalizzate alle trasmissioni via etere fecero registrare un salto di qualità allorché lo scienziato bolognese si convinse che le onde radio potessero scavalcare l’Atlantico seguendo la curvatura della terra. I suoi esperimenti in proposito ebbero inizio nel 1901 a Poldhu, in Cornovaglia, ove installò un trasmettitore dotato di un’antenna alta 130 metri; spostatosi quindi all’isola di Terranova – ad oltre 3.000 chilometri di distanza – egli ricevette dall’Inghilterra la comunicazione destinata a costituire il primo segnale radio transoceanico.

Avendo scelto di mantenere la cittadinanza italiana, Marconi decise di proporre allo Stato italiano la costruzione di un impianto più grande e potente rispetto a quello inglese, in modo da poter corrispondere con le nostre colonie africane (Eritrea e Somalia) e con le Americhe, nonché con le navi italiane in navigazione per il mondo. Approvata la proposta dal governo Zanardelli, nel 1903 un’apposita legge autorizzava “la spesa di Lire 800.000 per l’impianto di una Stazione Radiotelegrafica Ultrapotente”. Subito l’inventore si dedicò alla ricerca del luogo più adatto al progetto, privilegiando le zone costiere in quanto maggiormente predisposte alla trasmissione delle onde lunghe impiegate per le telecomunicazioni: visitò così Ostia, Isola Sacra, Fiumicino, per poi continuare a risalire il Tirreno.

Alla fine la sua scelta cadde sulla zona di Coltano, la cui natura pianeggiante e acquitrinosa gli dové apparire ideale alla propagazione delle onde. La cosa divenne di dominio pubblico allorché la “DomenicadelCorriere”scrisse: “È noto che da Roma e prima di tornare a Londra, Guglielmo Marconi si recò nei giorni scorsi a Pisa per studiare se ivi fosse possibile l’impianto di quella stazione ultrapotente di radiotelegrafia che il nostro Parlamento approvò e che dovrebbe servire a facilitare le comunicazioni con l’America del Sud, ove sono milioni di emigrati italiani. In compagnia del padre e del tenente Solari, diventato il suo collaboratore più efficace, Marconi visitò, fra altro, la tenuta reale di Coltano. Sembra che la scelta delle vicinanze di Pisa sia definitiva”.

Nelle sue memorie, Luigi Solari – ufficiale nonché uomo di rappresentanza della Marina Militare, oltre che braccio destro di Marconi – ha rievocato i contrastati esordi della pionieristica avventura legata alla realizzazione del primo impianto pisano, “che fu il più difficile da eseguire fra la generale diffidenza e contro mille ostacoli”. “Molto tempo fu richiesto dalla scelta del terreno adatto e dalle complicazioni causate da pressioni fatte al riguardo da varie città d’Italia: tale impianto era reclamato da Roma, Milano e Bologna. Marconi si recò a Clifden per dirigervi l’impianto del suo nuovo sistema a disco rotante; ma il ritardo verificatosi nell’inizio dei lavori della grande stazione italiana, della quale la stampa si era tanto occupata, diede esca alle critiche da parte di chi vigilava (come la Compagnia dei cavi) sullo svolgimento dell’opera di Marconi in Italia, allo scopo di spegnere l’entusiasmo popolare al riguardo. Apparve allora a Roma un piccolo settimanale nel quale erano pubblicati articoli scritti con arguzia da un certo Stefanoni, e che era finanziato da chi stava nell’ombra. In particolare il periodico scrisse: “Passano gli anni, ma la nuova grande stazione di Marconi, per la quale è stato fatto tanto chiasso, deve essere ancora iniziata. Lo dicevo io che Marconi teme la prova e non osa andare avanti. Altro che corrispondenza con le Americhe! Finché si tratta di fare discorsi in allegri banchetti tutto va bene: ma quando si tratta di lavorare, il signor Marconi si squaglia e se ne va all’estero: e così la grande turlupinatura del secolo procede allegramente”. Ebbene, simili articoli, che oggi fanno ridere, venivano allora presi sul serio. Ma Marconi ruppe allora gli indugi e comunicò al Ministero delle Poste che, non essendo stata ancora scelta dal Governo alcuna località per il grande impianto radio da costruirsi in Italia, egli suggeriva di far sorgere tale impianto nella tenuta reale di Coltano, località da lui riconosciuta come adatta allo scopo”.

Essendo quelle terre di pertinenza della Corona, si rendeva necessario chiederne la concessione al sovrano; incarico dallo scienziato affidato allo stesso Solari, il quale chiese udienza al Quirinale confidando nel fatto che Vittorio Emanuele “aveva sempre seguito con particolare interesse lo sviluppo della radio”. Subito ottenutala, egli espose al monarca le difficoltà burocratiche che ostavano alla concessione dei terreni individuati da Marconi, dovute al fatto che la legge li poneva nella esclusiva disponibilità dei Savoia. Al che il re si dimostrò più che disponibile a venire incontro alle esigenze del bolognese: “Dica a Marconi che darò subito disposizioni perché gli sia accordata ogni agevolazione; anzi, se sarò informato del suo arrivo a Pisa andrò io stesso, con lui, a visitare la località proposta”. Di lì a poco l’inventore era a Pisa: “nel pomeriggio di un giorno di settembre del 1904 fu compiuta la prima visita di Marconi a Coltano, con l’augusta presenza di S. M. il Re. Recenti piogge avevano gonfiato i pantani, ma una prateria più elevata emergeva al disopra dell’acqua; in essa pascolavano alcune vacche. “Ecco, dove sono le vacche potrà sorgere il fabbricato”, disse Marconi”.

Tenendo fede alla parola data, il sovrano cedette al demanio i 114 ettari necessari alla realizzazione della stazione radiotelegrafica, posti a oriente rispetto ai Palazzi; l’Amministrazione dei Telegrafi assegnò i lavori alla Compagnia Marconi, con Solari nel ruolo di responsabile. Alla presenza di Marconi – che secondo le testimonianze dell’epoca “mangiava e beveva a bottega e dormiva lì vicino” – si partì subito con le operazioni di sterro; ben presto però intervennero problemi di varia natura. I primi di ordine sia tecnico che sindacale, come precisato dallo stesso Solari: “La costruzione delle strade e dei fabbricati, eseguita sotto la direzione del Genio Civile, richiese lungo tempo in conseguenza di eccezionali inondazioni che fecero sospendere i lavori per vari mesi e degli scioperi di muratori, che erano all’ordine del giorno”. I secondi, di carattere burocratico-legislativo, determinarono una nuova interruzione del cantiere, riaperto nel 1906 e portato a termine nell’ottobre 1910.

Nel frattempo lo scienziato aveva curato anche altre realizzazioni. Nel 1909, in particolare, oltre a vincere il premio Nobel per la Fisica – sia pure in condivisione – egli aveva progettato assieme a Solari una rete radiotelegrafica in grado di assicurare al Portogallo le comunicazioni con isole e colonie (Azzorre, Capo Verde, Angola, Mozambico, Goa), creando di fatto una rete globale tra Europa, Sud America, Africa occidentale, Sud Africa, Africa orientale, India e Cina.

Altre sue iniziative furono legate all’erigenda stazione pisana, i cui primi collegamenti erano previsti con Massaua e Mogadiscio; a tale scopo egli curò l’installazione delle due stazioni africane. Nell’autunno 1910, inoltre, una volta che il centro di Coltano fu pronto per le prime prove tecniche Marconi partecipò alla crociera inaugurale del transatlantico Principessa Mafalda, la cui meta era Buenos Aires; questo poiché nella capitale argentina era in costruzione una grande stazione radiotelegrafica. Nel corso della navigazione egli ebbe modo di constatare come le onde emesse da Coltano si propagassero oltre il Sud America, superando i 10.000 chilometri di distanza.

A quel periodo “romantico” Solari ha dedicato pagine appassionate. “La località prescelta da Marconi era completamente deserta in mezzo a pantani: priva di strade, di case, di qualsiasi mezzo di comunicazione. Come unico mezzo di trasporto messo a mia disposizione dal Ministero delle Poste era un treno merci in partenza da Livorno alle 5 della mattina che si fermava espressamente per me al casello al chilometro 3, detto “la Sofina”; di lì un altro treno partiva per Livorno la sera, alle 20. Per andare dalla Sofina a Coltano occorreva percorrere a piedi alcuni chilometri. È inutile rifare la storia delle grandi difficoltà sorpassate per l’avviamento dei lavori: fu una vera odissea! Ma gradatamente si videro sorgere il fabbricato e le sedici torri di ferro, le cui fondazioni richiesero lunghi lavori, in quel terreno sommerso nell’acqua per la maggior parte dell’anno. Il fabbricato fu disegnato di stile toscano; il macchinario fu ordinato alla Westinghouse italiana di Vado; le torri al Cantiere Parodi di Livorno; molti organi della stazione furono costruiti direttamente dal personale addetto all’impianto, sotto la mia direzione”.

Una volta completato il lavoro edile, nel 1911 ci si dedicò all’installazione dell’apparato tecnico. Lo scoppio – il 29 settembre – della guerra italo-turca (finalizzata al dominio su Tripolitania e Cirenaica) determinò sia una moltiplicazione delle energie per concludere i lavori al più presto, sia il passaggio della conduzione dell’impianto dal Ministero delle poste e telegrafi alla Marina. Alla perizia dei marinai si ricorse anche per l’innalzamento del grande radiatore rettangolare, che vedeva le sedici antenne divise in due gruppi di otto, per un’altezza di 80 metri e la lunghezza di oltre un chilometro. Ciascuna di esse si componeva per 45 metri di una parte metallica, per i restanti 25 di una trave di pino americano – con infissi dei ferri che consentivano di arrampicarsi fino ai cavi dell’“aereo” – terminando con una coffa sul tipo di quelle degli alberi delle navi. A pochi chilometri dalla Torre Pendente sorgevano così sedici tralicci la cui sagoma richiamava piuttosto quella della Tour Eiffel.

“Il macchinario elettrico – prosegue Solari – era composto da due gruppi di 200 Kw ciascuno: l’uno azionato da un motore trifase, al quale l’energia era fornita da una linea collegata alla stazione centrale di Livorno della Ligure Toscana; l’altro da un motore a corrente continua, al quale l’energia era fornita da una batteria di accumulatori. Lo stesso gruppo a corrente continua funzionava da dinamo per la carica degli accumulatori; dinamo che era sullo stesso asse del motore trifase azionato dalla corrente fornita da Livorno. La corrente alternata monofase fornita dai due alternatori veniva trasformata da 2000 Watt a 10000 Volt per mezzo di trasformatori che a loro volta erano poi collegati attraverso le chiavi elettromagnetiche di trasmissione al grande apparecchio radiotelegrafico trasmittente, sistemato nella sala centrale di Coltano, costituito da un circuito oscillante primario formato da una grande batteria di condensatori tipo Poldhu, da un disco rotante e dal primario di un trasformatore ad alta frequenza il cui secondario era intercalato fra il radiatore e la terra”. La lunghezza d’onda della stazione si sarebbe aggirata sui 7.000 metri.

Collaudo e inaugurazione  Il collaudo dell’impianto diede luogo a uno spassoso episodio, che Solari non manca di riferire. “Il macchinario elettrico fornito dalla Westinghouse italiana non diede luogo ad alcuna osservazione; ma il collaudo delle antenne fu alquanto difficoltoso. Un egregio funzionario del Ministero delle Poste, scrupolosissimo nell’esecuzione della sua missione, si trovava per la prima volta di fronte ad un così imponente radiatore, sostenuto da sedici torri che secondo gli obblighi contrattuali dovevano resistere a qualsiasi vento di eccezionale intensità. Io mi sottoposi a tutte le sue richieste per dar prova della perfetta costruzione delle torri, ma ad un tratto egli mi disse: “Secondo le nostre norme regolamentari ogni dado deve essere avvitato nel proprio perno in modo che almeno tre filetti del perno siano esterni al dado. Come mi può provare lei che tutti i dadi di queste torri siano stati avvitati secondo le nostre prescrizioni?”. “Il lavoro è stato fatto con ogni scrupolo”, gli risposi, “in ogni modo si tratta di molte migliaia di dadi; ella può verificarli ad uno ad uno: ma per tale lavoro occorrerebbero delle settimane. Ella però può avere un’idea della perfetta esecuzione del lavoro verificando come esso è stato eseguito alla base delle torri, che sono facilmente controllabili”. “Ciò è facile a vedersi”, mi rispose, “ma chi mi dice che il lavoro sia stato ben fatto sulla parte alta delle torri? – Ella può andarlo a verificare – Ma io non sono un marinaio”, replicò il buon funzionario, il quale rimase turbato e pensieroso. “Basta”, egli concluse, “ci penserò questa sera, e domani troveremo una soluzione”. Il mattino seguente, venendo a Coltano trovai lo zelante collaudatore di fronte ad un grande telescopio col quale egli osservava minutamente, dado per dado, le testate delle torri. Ed anche quel collaudo ebbe esito felice”.

La “Stazione Radiotelegrafica Marconi” poté così essere inaugurata il 19 novembre 1911. Un inconveniente verificatosi nell’imminenza dell’arrivo del sovrano da San Rossore diede luogo a un curioso episodio, anch’esso non sfuggito alla penna del Solari. A causa delle scintille sprigionatesi dal metallo, una spranga di legno di una delle torri, posta a una settantina di metri d’altezza, cominciò a fumigare. Lestamente un marinaio si arrampicò fin lassù, verificando trattarsi di un principio d’incendio; gridò perciò ai colleghi che gli portassero dell’acqua. Ma la carrozza reale era ormai nei paraggi, per cui non restò all’intraprendente militare che fare da sé: “Rimase avvinto con le gambe ad una corda, avvicinandosi lentamente all’antenna, da cui partì una nuvoletta di fumo. Egli dispensò fra le travi quel poco d’acqua di cui madre natura gli permetteva di disporre, riuscendo così a spegnere l’incendio incipiente”.

Alla presenza dei ministri delle poste e dei lavori pubblici nonché di una commissione della Marina fu eseguito lo scambio di radiotelegrammi ufficiali sia con le due stazioni coloniali che con quella canadese di Glace Bay. Lo stesso Marconi poi volle tenere a battesimo la propria creatura inviando un messaggio al direttore del “NewYorkTimes”del seguente tenore: “19 novembre 1911  I miei migliori saluti trasmessi per telegrafo senza fili dall’Italia in America  Pisa 5,47 pom.”.

Nel dare la notizia dell’avvenuta inaugurazione, il “Resto del Carlino” – un cui inviato era evidentemente presente all’exploit dell’illustre concittadino –  riferì che, oltre che con Glace Bay, il contatto era avvenuto anche con una stazione irlandese, non mancando inoltre di riportare di una certa ansia diffusasi dopo il primo tentativo. “Marconi pochi minuti prima di iniziare la corrispondenza avvertì per telegrafo e per cavo sottomarino le due stazioni; ma queste, dopo lunghissima attesa che vivamente aveva impressionato il Marconi, hanno risposto, sempre per telegrafo e per cavo sottomarino, che la prima comunicazione era incomprensibile. Allora Marconi ha chiamato direttamente col mezzo di Coltano le due stazioni: le quali hanno direttamente risposto che i segnali erano buoni e leggibili”.

Nasceva così l’impianto più potente d’Europa, miracolo dell’ingegno italiano, fiore all’occhiello della nostra tecnica, di cui avrebbero parlato enciclopedie e libri di storia e che sarebbe stato celebrato nelle manifestazioni; con termini quali ‘marconista’ e ‘marconigramma’ a divenire di uso corrente. In una delle sue frequenti conferenze d’aggiornamento sui progressi della scienza che lo vedeva protagonista il bolognese ebbe a dichiarare: “Per quanto alla stazione di Coltano non siano ancora impiegati gli ultimi perfezionamenti della radiotelegrafia specialmente adatti alle comunicazioni commerciali, come per esempio la trasmissione automatica e il sistema duplex, che permette di trasmettere e ricevere allo stesso tempo, pure le segnalazioni di quella stazione sono percepite chiaramente entro un raggio di circa 5.000 chilometri”.

Onorando l’impegno profuso dallo Stato perché l’impianto pisano potesse fungere al più presto alla causa nazionale, il 16 dicembre Marconi era a Tripoli per sperimentare l’allestimento di una stazione radiotelegrafica collegata con Coltano. Come riferito dal tenente Sacco nella sua relazione, lo scienziato vi si trattenne due giorni, conducendo con esito felice altrettanti esperimenti. “Il primo consisteva nella prova di due stazioni radiotelegrafiche ridotte alla minima espressione, che dovrebbero comunicare alla distanza massima di 15/20 chilometri. Il secondo fu effettuato mediante un ricevitore magnetico della stazione da campo e un filo telegrafico volante lungo 200 metri disteso sul deserto nella direzione di Coltano: nessun dubbio circa la riuscita dell’esperimento di ricevimento da Coltano, che fu già ottenuto a Tobruch con oltre un chilometro di filo volante disteso sulla sabbia”. Le trasmissioni radiotelegrafiche effettuate grazie alla nuova Stazione ultrapotente si sarebbero peraltro rivelate assai importanti ai fini dello svolgimento del conflitto.

Della nascita dell’impianto coltanese si sono occupati diversi autori, ciascuno soffermandosi sugli aspetti più consoni al tipo di studio condotto. Con la sua consueta sensibilità storico-geografica il Simoni sintetizza così l’avvento della radiotelegrafia in terra pisana: “Sugli ultimi del 1901 un telegramma lanciato dall’Atlantico giungeva in America attraversando una distanza di 4.500 chilometri e questo nuovo fatto, per il quale appariva sempre più evidente la immensa utilità della grande invenzione, consigliava il governo inglese ad aprire al pubblico la stazione di Poldhu nel 1904. Mosso dal progresso rapidissimo fatto dalla radiotelegrafia e dai risultati sempre più impressionanti ottenuti da Marconi, volle il nostro governo che anche in Italia sorgesse una stazione radiotelegrafica ultra-potente, capace di comunicare coll’Argentina. Nell’ottobre 1906 venivano finalmente posti i picchetti delimitanti l’area assai estesa concessa dal Sovrano e sulla quale di lì a poco s’iniziarono i lavori. La Regia Stazione radiotelegrafica “Marconi” sorge sul poggio di Corniolo – l’antico ‘Cugnuolo’ – posto circa 400 metri ad oriente del Palazzo di Coltano e bagnato a tramontana da Padul Maggiore, a mezzodì dall’altro padule detto il Porcile. Questa speciale ubicazione rappresenta la ragione principalissima della superiorità topografica di questo poggio, che, circondato quasi in ogni sua parte da terreno paludoso, trovasi in condizioni favorevoli per offrire una buona presa di terra al potente apparato elettrico”.

All’approfondimento del capitolo relativo a quella “corrente dell’opinione pubblica contraria a Marconi”, già accennato da Solari, si dedica il pubblicista Ettore Fabietti. “Nel 1909 la radiotelegrafia riceve il battesimo della scienza ufficiale con l’assegnazione del premio Nobel al suo inventore; ma la Germania si è tanto agitata, ha fatto tanto chiasso per sopravalutare i meriti de’ suoi candidati, che Marconi deve dividere il premio col tedesco Braun. Né coloro che lo misconoscono sono soltanto stranieri. In Italia, un periodico distribuito gratuitamente non ha altro scopo che quello di denigrare Marconi e mettere in dubbio i risultati pratici della radiotelegrafia, asserendo che si tratta di una “illusione”, e di “un errore grossolano”; rispondendo con impertinenza a gli avversari; accusando il Parlamento e il Governo di sperpero del pubblico denaro per avere approvato la convenzione relativa all’impianto della stazione di Coltano; affermando che i risultati degli esperimenti marconiani sono effetti di un trucco bene organizzato, e che i ministri, i senatori, i deputati favorevoli al disegno di legge sono impegolati nella camorra marconiana. Non varrebbe la pena di ricordare questo episodio triste e ridicolo insieme, che poteva esser conseguenza di una fissazione e materia da frenocomio, se dietro le spalle di un irresponsabile non vi fosse stato qualche burattinaio che maneggiava i fili, per tenere viva in qualche modo una corrente dell’opinione pubblica contraria a Marconi e composta dei soliti invidiosi, i quali vorrebbero demolire tutto ciò che non è opera loro, e di scettici che non credono neanche quando toccano con mano”.

Mentre il geografo Luigi Vittorio Bertarelli, undici anni dopo l’inaugurazione e alla vigilia del varo del secondo e più moderno impianto, rifà un po’ la storia della “Radio Coltano, prima stazione di grande potenza costruita nel mondo”, sottolineandone i progressi tecnici compiuti. “In un primo tempo venne sistemato un solo aereo per le comunicazioni con le nostre Colonie, orientato secondo la direzione dell’arco di circolo massimo terrestre passante per Coltano e Massaua. In un secondo tempo si costruì il secondo aereo, orientato sull’arco di circolo massimo passante per Coltano e New York perché si sperava di potere con i due aerei collegati insieme comunicare con l’America. La stazione serve attualmente per le comunicazioni con Spagna, Svezia, Russia, Danimarca, Jugoslavia, ecc. Da ogni punto d’Italia i telegrammi per quei paesi sono concentrati a Roma-San Silvestro, inviati per filo diretto a Coltano e da qui trasmessi senza filo a destinazione”.

Il resoconto si fa quindi più ispirato, sino a diventare ampolloso: “Ardimentosi marinai, valendosi di una sedia sospesa ad una carrucola, percorrono i cavi degli aerei in ogni senso per le riparazioni, a quella paurosa altezza. Chi transita in certe ore della notte per il Padule Maggiore vede vivissimi bagliori che occhieggiano nervosamente alle finestre ed ai lucernari della Radio. Sono i riflessi lividi delle 400 scariche al minuto secondo scoppianti con immenso fragore fra le larghe punte di un robusto disco metallico. Questo gira velocissimo emettendo un sibilo lacerante, uniforme, lamentoso, come di potente sega circolare che addenta profondamente un tronco. I pochi abitanti della silenziosa distesa conoscono da molti anni questo fragore e queste luminescenze, rimasti per loro inesplicati misteri. La roca e poderosa voce della vecchia Radio, che per prima nel mondo ha parlato della gloria del grande Inventore italiano, continua vigorosamente il suo compito. Trasmette notizie, comunicazioni della stampa, messaggi politici, militari, commerciali e… sì, anche d’amore impazientissimi quesiti. Il radiotelegrafista di servizio li scorre serio, indifferente; al più, mentre trasmette, sorride: intesse tutte le vocali e le consonanti che dicono, attraverso la verità dei fenomeni fisici, tante illusioni e bugie dei fenomeni umani…”.

I fratelli Antoni e la nascita dell’aeronautica pisana  A Coltano sono legate anche le prime, appassionanti vicende dell’aeronautica pisana. Nel 1903 il successo del primo tentativo di volo compiuto negli Stati Uniti dai fratelli Wright produsse anche in Europa un’ondata di entusiasmo nei confronti dell’aviazione che portò molti ardimentosi a cimentarsi in tale campo. Tra questi pionieri fu anche un giovane pisano, Ugo Antoni: il quale, dopo un lungo studio del volo degli uccelli, compì dei primi tentativi di imitarli imbracciando delle ali rudimentali, composte di canna e stoffa. Nel 1906, assieme al fratello Guido, egli fu in grado di costruire una prima macchina ad ali battenti, brevettata con la denominazione di Volumano.

Per la prosecuzione degli esperimenti era però necessaria la disponibilità di terreni: per cui anche in questo caso ci si rivolse al re. Ascoltate le richieste dei due fratelli, nel 1907 Vittorio Emanuele mise loro a disposizione il Prato degli Escoli. Nasceva così la prima società cittadina a carattere aeronautico, nata come “Sindacato Nautico Pisano” e successivamente divenuta “Società di Aviazione Antoni”, della quale entrarono a far parte, sulla scia di illustri esponenti del mondo accademico, numerosi cittadini, investendovi i propri risparmi.

Nel frattempo il vulcanico inventore si era dedicato anche a un’altra realizzazione, stavolta derivante dall’osservazione del moto dei pesci: nel 1908 Ugo aveva progettato e costruito, presso i Cantieri Gallinari di Livorno, un originale modello di sommergibile, munito di pinne battenti. Le prove ufficiali che l’anno successivo lo videro impegnato nel porto labronico alla presenza di autorità sia nazionali che straniere diedero risultati lusinghieri.

Nel maggio 1910 si ebbe, al Prato degli Escoli, il collaudo del primo monoplano della Società Antoni. L’esito fu anche in questo caso incoraggiante; al punto di decidersi sia la produzione di altri apparecchi del medesimo tipo, sia di dotarsi di un proprio campo di volo con annessa scuola di pilotaggio. Dopo vari sopralluoghi, la scelta cadde sulla vasta area prativa adiacente la ferrovia nella zona di San Giusto in Cannicci, al margine settentrionale del comprensorio di Coltano, ma la cui proprietà non era demaniale bensì privata: per la precisione dei signori Manetti, con i quali fu stipulato contratto di affitto. Nel giugno 1911 vi fu costruito il primo hangar, nel quale poté essere ricoverato il velivolo: nasceva così quello destinato a diventare uno dei più importanti aeroporti d’Italia.

Al contempo la società si trovò nella necessità di avviare anche una propria officina, non potendosi più appoggiare ai cantieri livornesi a causa del loro fallimento. Nella nuova struttura furono costruiti innovativi modelli monoposto e biposto, i quali segnarono il definitivo decollo della scuola, sotto la guida dei “maestri aviatori” Alfredo Cavalieri e Nino Cagliani. Per la cronaca, il primo a conseguire il brevetto di pilota fu il pisano Armando Jacoponi.

In un ulteriore parallelismo con la coeva e limitrofa esperienza radiotelegrafica, pure la Società Antoni ebbe a ricavare nuova linfa dallo scoppio della guerra di Libia. Favorevolmente impressionato dalla particolarità degli aerei prodotti a Pisa, il Ministero della guerra commissionò infatti due monoplani Antoni 1911; molti aviatori reduci dal conflitto africano vennero inoltre al campo di San Giusto a provare gli apparecchi qui prodotti, la cui fama si accrebbe in maniera considerevole.

Fu in particolare l’Antoni 1912 a rivelarsi un modello eccellente, tanto da indurre i costruttori a pubblicizzarlo mediante un’impresa clamorosa, individuata nel volo da Pisa a Bastia; ciò allo scopo di battere il record mondiale di trasvolata marittima, stabilito dal francese Blériot con la traversata della Manica. Del tentativo di exploit fu incaricato Cagliani – uno dei pionieri della nostra aviazione – noto per la sua spericolatezza: l’aviatore milanese non deluse le aspettative, coprendo il 9 ottobre 1912 la distanza nel tempo di un’ora e 43 minuti, atterrando felicemente sulla pista corsa e polverizzando il precedente primato.

Il “raid” ebbe risonanza internazionale, con trionfali accoglienze riservate al trasvolatore al rientro a Pisa. Al contrario, i due costruttori furono esclusi da ogni festeggiamento, senza ricevere alcun riconoscimento ufficiale se non quello spontaneamente tributato loro dagli abitanti della borgata di San Giusto, con la consegna di una medaglia d’oro commemorativa dell’impresa. In realtà – come del resto per Marconi – esisteva anche un fronte anti-Antoni, attivatosi da tempo e a vari livelli: a quello societario, per estromettere i due fratelli dalla conduzione dell’impresa e sfruttare commercialmente le loro realizzazioni; a quello industriale, per l’estrema concorrenzialità del particolare modello di ala da loro messo a punto, destinato a penalizzare le altre case costruttrici. Prova ne fu la mancata omologazione del record da parte dell’Aero Club d’Italia, e allorquando l’omologo francese ne aveva riconosciuto la validità; spregio cui fece seguito il fallimento della Società Antoni.

Malgrado i due fratelli avessero saputo metter su sia un’officina aeronautica che una scuola di volo di eccelso livello, produrre due ottimi modelli e sperimentare aerodinamiche d’avanguardia, la mancanza di sussidi governativi aveva penalizzato non poco la loro attività; elemento cui si era aggiunta la cronica mancanza di acquirenti, a dispetto della superiorità dei loro prodotti rispetto alla gran parte di quelli offerti dal mercato. Nella travagliata vicenda Antoni si inserì allora l’armatore genovese Francesco Oneto, che nel ‘13 acquistò dal fallimento quanto di utilizzabile della società, affidandone la conduzione al più valente Ugo.

Per rilanciare l’attività fu realizzato il primo aereo biplano e riaperta la scuola di San Giusto. Allo scopo di risvegliare l’interesse da parte delle autorità militari furono inoltre organizzati due raid dimostrativi: il volo Pisa-Isola d’Elba-Pisa (effettuato nel ‘14, in occasione delle celebrazioni per il centenario del soggiorno sull’isola di Napoleone) e quello Pisa-Genova-Pisa (utilizzando come scalo una strada del Lido di Albaro). Ma nonostante l’impegno profuso, la situazione commerciale rimase bloccata: anche perché invece di privilegiare l’aspetto patriottico valorizzando i prototipi nazionali, i vertici militari preferirono orientarsi verso il mercato francese.

Nel ‘15, con l’ingresso italiano nel conflitto mondiale, il campo di San Giusto subì una progressiva militarizzazione, divenendo sede di una importante scuola militare di pilotaggio e tiro aereo; il crescente fabbisogno di piloti portò inoltre l’anno successivo all’apertura di una seconda scuola, per la cui ubicazione fu scelta una delle aree più asciutte del comprensorio coltanese: i terreni di Montacchiello, situati lungo il Fosso Caligi a sufficiente distanza dalle antenne del Centro radio.

Stipulato il contratto di affitto con il proprietario del fondo conte Sgarzi, assegnati i lavori alla società spezzina Vickers Terni e realizzati i necessari drenaggi, furono erette le strutture tecnico- logistiche destinate ad accogliere velivoli e personale. Si trattava di due aviorimesse in muratura, più una serie di fabbricati da adibire a officina, magazzino, uffici, mense e alloggi; a completare la cittadella aviatoria e a scandirne le giornate fu eretta la torretta dell’orologio. Gli aerei utilizzati per formare gli allievi piloti erano i Farman 1912 (denominati “pappagalli” per la posizione avanzata del timone di profondità e dello stabilizzatore): brevettando un migliaio di piloti, la Scuola di Coltano diede il proprio cospicuo contributo alla vittoria. Al periodo bellico risale poi il primo esperimento di posta aerea sulla rotta Torino-Pisa-Roma, compiuto il 25 maggio 1917. Qui inoltre l’ingegner Alessandro Marchetti creò il celebre MVT (Marchetti-Vickers-Terni), caccia interamente metallico che nel biennio 1918-19 stabilì vari primati di velocità fino a raggiungere i 278 km/h, migliorando così di oltre 50 km/h il record precedente.

La successiva smobilitazione di buona parte dell’apparato bellico, ma soprattutto i danni arrecati nel gennaio ‘19 dallo straripamento dell’Arno, posero temporaneamente fine ad ogni attività del campo; ma le vicissitudini dell’aeronautica pisana furono anche altre. La prematura scomparsa di Oneto determinò l’avvento a San Giusto dell’imprenditore genovese Rinaldo Piaggio, il quale rilevò l’officina fondata dagli Antoni. Ciò provocò una prima separazione tra i due fratelli: con Ugo che assumeva la direzione tecnica del reparto aviazione della SIPE (Società Italiana Prodotti Esplodenti), la cui base d’appoggio era costituita dall’aeroscalo del Cinquale, trasferendovi alcuni dei suoi velivoli; e Guido che dopo avere peregrinato per il Nord Italia alla ricerca di finanziatori riuscì alfine a costituire, il 28 aprile 1922, la SIBA (Società Italiana Brevetti Antoni), con sede legale e stabilimento a Firenze e che si avvaleva di due aeroscali: il Campo di Marte e il Campo scuola di Coltano.

Quest’ultimo fu riattivato allo scopo di riaprirvi una scuola di pilotaggio che, operando per conto dell’Amministrazione militare, potesse beneficiare delle assegnazioni previste. In breve l’attività del campo ripartì alacremente, disponendo di una flotta di vecchi ma validi Aviatik: già alla metà di ottobre ‘22 erano stati brevettati dieci allievi piloti, e con altrettanti in fase di istruzione. Occorreva tuttavia una manifestazione che richiamasse l’attenzione sulla Società e sul suo operato: a tale scopo lo stesso Guido organizzò per il 12 novembre una solenne cerimonia di inaugurazione del rinato Campo scuola. Ulteriori difficoltà portarono però a una nuova chiusura dell’impianto; il quale poté riprendere l’attività soltanto dopo il rilevamento, nell’estate ‘24, di quel che restava della SIBA – ossia i due aeroscali – da parte della neo-costituita SAI (Società Aeronautica Italiana).

Dopo che anche Ugo ebbe avuto le sue traversie (compreso un incidente di volo, che lo costrinse all’inattività per lungo tempo) i due fratelli si riavvicinarono, riprendendo a lavorare insieme a Coltano e realizzando due nuovi, interessanti biplani: l’Antoni 1925 e il più grosso Antoni 1926 – a cabina chiusa e in grado di trasportare sei passeggeri, oltre ai due piloti entrambi collaudati con successo dal celebre aviatore fiorentino Vasco Magrini. Purtroppo però anche questa volta, nonostante l’appoggio di personalità del calibro dello stesso Marconi e di D’Annunzio, i due modelli rimasero allo stato di prototipi.

A decretare la fine del Campo scuola di Coltano intervenne però il completamento della nuova stazione radio, e in particolare l’installazione nei suoi pressi delle quattro antenne da oltre 250 metri, ciascuna trattenuta da tre gruppi di pericolosi tiranti. L’inevitabile decisione della SAI di lasciare l’aeroscalo agli inizi del ‘26 arrecò un notevole danno alla proprietà del terreno: lo Sgarzi intentò allora contro la società esercente il nuovo impianto, la Italo Radio, una causa di risarcimento. Dopo alterne vicende, varie sentenze – tutte comunque favorevoli alla parte attrice – e una girandola di avvocati, in sede di discussione in Cassazione il legale patrocinante il conte (il pisano Aristodemo Ferrini) trovò a difendere la Italo Radio nientemeno che Vittorio Emanuele Orlando: la causa fu definitivamente perduta.

Conseguentemente il campo di Coltano fu smantellato, segnando la fine delle attività aviatorie commerciali a Pisa e il concentramento di quelle militari nell’aeroporto di San Giusto; ma anche la conclusione di ogni attività dei fratelli Antoni nella loro città. Inoltre, di lì a poco i due si separarono definitivamente: esacerbato dalle continue azioni di Guido per appropriarsi delle sue invenzioni, Ugo decise di proseguire da solo i propri studi ed esperimenti. Fu la fine di ogni rapporto fra i due pionieri dell’aeronautica pisana: i quali non si sarebbero mai più rivisti.

L’Opera Nazionale Combattenti e la bonifica  Negli stessi anni che vedevano lo sviluppo di radiotelegrafia e aeronautica, sulle distese paludose di Coltano si concentravano anche gli intensi lavori dell’Opera Nazionale per i Combattenti. Ente assistenziale istituito nel 1917, nel momento più critico della partecipazione italiana al conflitto mondiale (all’indomani della rotta di Caporetto), l’ONC si proponeva varie iniziative nei confronti dei reduci, a cominciare dall’assegnazione di terreni coltivabili; di conseguenza, suo compito precipuo divenne quello di bonificare e modernizzare le zone del Paese in cui l’agricoltura era ancora particolarmente arretrata.

Studi di bonifica del territorio coltanese erano già stati avviati da una società di Genova – la Anonima Oleifici Nazionali – intenzionata a rilevare la tenuta; ma allorché Coltano entrò a far parte del progetto dell’ONC, nell’ottobre ‘19 il re cedette quei possedimenti al demanio, in modo da impedire ogni possibilità di acquisizione da parte di privati e facendo sì che i Combattenti potessero prenderne possesso già nel marzo successivo. Contestualmente, un apposito decreto classificava la pianura posta a sud di Pisa come di prima categoria, in modo da massimizzare gli stanziamenti da parte dello Stato.

L’area da bonificare era enorme: oltre 2.000 ettari. Sino ad allora solo una esigua parte del comprensorio coltanese era coltivata, per complessivi dieci poderi, condotti a mezzadria e la cui principale attività era quella – storica per la tenuta – legata all’allevamento del bestiame. Il che può suscitare un interrogativo: come mai prima la società genovese, quindi l’ONC si siano indirizzate proprio su Coltano per intraprendervi un’impresa tanto gravosa quanto rischiosa. Una prima risposta ci viene indirettamente dal Simoni, allorché ci descrive così vividamente il rigoglio offertovi dalla natura nella bella stagione, e che venne evidentemente considerato come un segnale in grado di garantire a sufficienza della fertilità del suolo, e conseguentemente del successo dell’opera di trasformazione fondiaria.

Ulteriori argomentazioni ci vengono suggerite da Floriano Boccini, autore di uno studio sulle realizzazioni dell’ONC. “Sebbene presentasse una scarsa capacità produttiva, rappresentando i pinoli e la raccolta delle canne palustri (“falaschi”) uno dei maggiori cespiti, vari elementi lasciavano presagire che la vasta azienda in un più o meno prossimo avvenire avrebbe potuto dedicarsi a colture intensive e industriali, con l’assorbimento garantito dai vicinissimi centri di Livorno e Pisa. Caratteristica della bonifica di Coltano è il fatto che al prosciugamento idraulico ha immediatamente fatto seguito la utilizzazione dei terreni e la trasformazione agraria. In quel momento si fece il maggior ricorso alle macchine da lavorazione e da raccolto”.

La Villa Medicea divenne la sede della direzione del cantiere, ma assolvendo al contempo a una funzione residenziale ospitando – oltre al parroco e ad alcune famiglie, che già vi abitavano – lo stesso direttore. Un ruolo chiave giocò nella realizzazione dell’opera l’ingegner Ugo Todaro, ricoprendo prima a Coltano l’incarico di direttore dei lavori, quindi a Roma quello di capo dell’Ufficio tecnico dell’ONC e perciò responsabile sia della iniziale progettazione di massima che di quella esecutiva, la quale prevedeva la divisione del poderoso intervento in tre lotti, sui quali attuare la “bonifica integrale”: ossia la finalizzazione dello svuotamento idraulico alla messa a coltura dei terreni sottratti alle acque.

Una volta costruita l’imponente idrovora del Ragnaione ebbero inizio i lavori del primo lotto. Il progetto prevedeva inoltre sia la ristrutturazione degli edifici esistenti che la costruzione di nuovi; ciascuna unità poderale avrebbe avuto un’estensione di circa 20 ettari, celebrando nel nome le battaglie della Grande Guerra (Piave, Grappa, Isonzo, Pasubio, Montello, Oslavia, Redipuglia ecc.). “Alla bonifica idraulica – prosegue Boccini – cominciata nel settembre 1920 in pendenza della concessione regolare, e al risanamento igienico, fece seguito un intenso programma di trasformazione agraria per un razionale sfruttamento dei terreni recuperati alle colture, a cui si affiancò l’allestimento di tutte le infrastrutture necessarie alla vita civile dei coloni assegnatari dei poderi. La popolazione, che nel 1920 contava 130 persone riunite in 21 famiglie, salì nel 1928 a 750 per 100 famiglie, operanti in 28 poderi”. I lavori procedettero dunque “con celerità tutta fascista”, per usare un’espressione cara alla propaganda del regime affermatosi nel frattempo.

Il quale aveva fatto di bonifica e consegna alle famiglie contadine delle terre “redente” uno dei suoi principali cavalli di battaglia, procedendo sin dal ‘23 alla fascistizzazione dell’ONC; fatto che ne aveva conseguentemente potenziato l’operatività, garantendo ai lavori una progressione costante al punto che già a partire dall’anno successivo si erano potuti assegnare i primi poderi, dall’identica tipologia che in ossequio alla razionalità veniva a rinnovare la struttura della colonica toscana tradizionale. La casa rurale si componeva di due piani e sette stanze, due delle quali al pianterreno ove era collocata la stalla, le cui dimensioni le consentivano di ospitare dodici bovini. A completare ciascuna struttura il portico, il forno in muratura, il pollaio, il porcile, il pozzo, la concimaia.

Al centro del villaggio furono edificate la sede dell’ONC e le varie strutture deputate a servire la nuova socialità coltanese, a cominciare dalla pregevole scuola elementare, titolata al Generale Diaz. Inoltre l’ambulatorio, l’ufficio postale, il circolo: all’esterno del quale, oltre ai busti del re e di Mussolini, furono collocate statue che raffiguravano contadini impegnati nella mietitura e nel lavoro dei campi. Infine il campo di calcio, in omaggio a quello che era già lo sport nazionale.

Nel ‘31 la grandiosa opera era compiuta, celebrata dal regime mediante i documentari dell’Istituto Luce, che la presentavano come una delle più importanti bonifiche realizzate dall’ONC, e oggetto di numerose tesi in agraria; due anni più tardi risultavano consegnati 74 poderi, da condursi secondo il sistema della mezzadria. Di conseguenza la popolazione di Coltano si moltiplicò, sino a raggiungere la quota di 146 famiglie, molte delle quali provenienti dal Veneto e dalla provincia di Mantova dando così vita anche a un inedito incontro fra culture e tradizioni diverse.

Conseguentemente il circolo divenne il cuore pulsante della vita del villaggio: per le attività ricreative che vi si svolgevano, l’organizzazione di manifestazioni sportive, la convocazione di assemblee in cui venivano discussi i problemi di Coltano, la proiezione di filmati che illustravano l’attività dell’ONC istruendo al contempo i contadini sia sul tipo di colture da praticare che sull’allevamento del bestiame. Varie feste segnavano i momenti centrali della produzione agricola: a cominciare dalla sagra dell’uva, la cui istituzione fu dovuta alla politica dell’autarchia. Particolarmente sentita la festa dei Combattenti e Reduci, anche per il risalto attribuitole dall’Opera, “patrona” del luogo; per quanto la ricorrenza celebrata con maggiore solennità fosse quella del Natale di Roma, in ossequio alla volontà del regime. Il quale tuttavia si rivelò qui meno autoritario che altrove, consentendo l’assegnazione di poderi anche a persone non iscritte al Fascio.

A beneficiare del nuovo assetto dato alla tenuta fu poi la viabilità: furono infatti aperte numerose strade che ne attraversavano il territorio in ogni direzione – tra cui il magnifico viale alberato che congiunge la zona dei Palazzi all’Arnaccio – rendendo Coltano più che mai centrale nella vasta piana compresa tra Pisa e Livorno.

La bonifica pose implicitamente fine alla millenaria “età selvaggia” di Coltano, portandosi via tante attività arcaiche quanto pittoresche. Scomparve tutto un mondo legato al padule, fatto di abitudini, convenzioni, modi di dire, usanze che la gente del circondario si tramandava da sempre. Sparirono gli “aratri a vela”: poetica denominazione dei navicelli che, nella bella stagione, solcando le acque della tenuta nascosti dal grano lasciavano intravedere dalla terraferma soltanto la vela. La stessa fine fecero i “lontrari”, come venivano definiti i pescatori che vivevano nelle numerose capanne di falasco erette sulle terre alte, e che dovevano il loro appellativo a quello attribuito al tipo di barca utilizzato, piccola e agile come una lontra; a loro volta, i raccoglitori di erbe e falasco finirono al lavoro nei campi. Allo stesso modo anche la fauna si dové riorganizzare.

Gli ultimi anni avevano visto marciare di pari passo la bonifica di Coltano e quella dell’Agro Pontino: quasi che nella piana pisana si fossero fatte le prove generali di quella che resta come una delle maggiori realizzazioni del Ventennio. A testimoniare un ideale gemellaggio tra le due orgogliose conquiste del regime, il nome di Sabaudia attribuito al podere strappato alle acque nella zona più prossima ai Palazzi.

Alla fine del ‘32 la Direzione di bonifica di Coltano veniva soppressa, essendo nel frattempo la Maremma divenuta il nuovo obiettivo toscano dell’ONC. Nello stesso anno era stata fondata Tirrenia; mentre gli anni successivi avrebbero visto l’edificazione delle mirabili colonie estive di Calambrone. Coltano risanato, Marina, Tirrenia e Calambrone rappresentano dunque, assieme all’autostrada Firenze-Mare, il lascito ideale del periodo fascista a Pisa, prima della catastrofe della guerra.

Il nuovo Centro Radio  Durante il primo conflitto mondiale, allo scopo di consentire un collegamento sia con le colonie dell’Africa Orientale che con il Nord America, la Marina Militare diede vita, a Roma, alla stazione radiotelegrafica di San Paolo. Al termine della guerra, sulla base di quell’esperienza e in considerazione del prevedibile, frenetico sviluppo del settore delle radiocomunicazioni, la medesima Arma decise di provvedere alla creazione di un impianto più potente, in grado di svolgere servizio commerciale con il Nord America e suscettibile di ulteriori ampliamenti e perfezionamenti, a seconda delle esigenze del traffico e dello sviluppo della tecnica. La scelta cadde su Coltano, che offriva il vantaggio di possedere già una struttura che, con i dovuti lavori di trasformazione e ammodernamento, avrebbe facilitato la realizzazione del progetto.

A favore della località pisana giocarono anche altri fattori. Anzitutto, la disponibilità del re a concedere un’altra vasta porzione di territorio; la posizione geografica, più o meno equidistante dalla capitale e dall’area industrializzata del Nord; il fatto che la riconversione dell’obsoleta stazione in un moderno centro radio avrebbe consentito di sfruttare tutti quei vantaggi tecnici ed economici derivanti dall’unificazione dei servizi inerenti più linee; mentre la vicinanza dell’Istituto elettrotecnico e radiotelegrafico della Marina – sorto nel 1916 presso l’Accademia Navale di Livorno – garantiva che progetto, direzione dei lavori e successivo servizio non avrebbero comportato alcun onere da parte dello Stato.

A progettare la stazione “Intercontinentale” fu lo stesso Marconi, avvalendosi della collaborazione di due insigni scienziati: Giancarlo Vallauri, docente di elettrotecnica presso l’Accademia Navale nonché fondatore del suddetto Istituto, e Gustavo Colonnetti, direttore della scuola di Ingegneria di Pisa. Il grosso delle opere murarie fu eseguito dalla stessa Marina tra il ‘20 e il ‘21, dando vita alla “cittadella della radiotelegrafia”, i cui edifici più rappresentativi erano la “Casermetta”, la “Palazzina” e la “Casa dell’ingegnere”. È lo stesso Vallauri a descriverci ubicazione e strutturazione del moderno complesso.

“Deciso l’impianto della nuova stazione, fu necessario progettare per essa un apposito fabbricato: e si dimostrò opportuno di costruirlo sull’altro estremo del Poggio di Corniolo rispetto alla vecchia stazione marconiana – a circa mezzo chilometro di distanza – perché questa mal si prestava ad un ampliamento, e data la disponibilità del terreno concesso risultava pressoché obbligata la posizione del nuovo padiglione aereo. Conveniva altresì che quest’ultimo non fosse troppo vicino a quello preesistente al fine di permettere il funzionamento indipendente e simultaneo delle antenne, senza bisogno di speciali dispositivi di compensazione o altri artifici; le due stazioni radio delimitano così il nucleo principale dell’impianto, chiuso da un recinto in rete metallica e percorso da una strada centrale lungo la quale si allineano i fabbricati di abitazione e di servizio. La nuova stazione – o stazione transcontinentale – ha sede nel fabbricato appositamente costruito, che contiene anche la cabina di trasformazione principale, l’ufficio telegrafico e gli uffici radio di tutto il centro. È un fabbricato a pianta rettangolare, diviso in due parti da un ampio corridoio centrale, a cui si accede dall’ingresso: la parte anteriore è riservata agli uffici, alla sala per esperimenti e conferenze, all’officina meccanica, al magazzino e alla cabina di trasformazione principale; la parte posteriore – che è la più ampia – comprende i saloni dei macchinari e degli apparati di trasmissione”.

Mentre il personale della prima stazione veniva ospitato in locali – concessi in affitto dalla Corona – situati presso i Palazzi, il nuovo progetto prevedeva la costruzione di appositi alloggi. “Per la vita del personale destinato a Coltano e appartenente alla R. Marina furono previsti tre fabbricati di abitazione, scaglionati lungo il lato nord della strada centrale. Di essi il più importante è la casermetta a due piani, che contiene da un lato il dormitorio per i marinai (capace di 72 posti), lavandini, bagni, refettorio, cucina, dispensa, magazzino vestiario, corpo di guardia, infermeria ecc.; dall’altro una sala da pranzo, una sala convegno e undici camere da letto per sottufficiali, con cucina, dispensa, lavandini, bagni ecc., oltre ad ampi locali di deposito negli scantinati. In un locale di questi ultimi trovasi l’impianto di pompe automatiche, che aspirano buona acqua di lavanda da un pozzo scavato appositamente a nord della casermetta (della portata di parecchie tonnellate giornaliere, anche nella stagione secca) e la mandano nel serbatoio di 35 metri cubi sovrastante al tetto. Alla casermetta – che è l’edificio più vicino alla vecchia Radio – segue una palazzina per l’alloggio dei sottufficiali con famiglia. Dal lato della strada opposto a quello lungo il quale si trovano i fabbricati di abitazione è stato costruito un fabbricato a un solo piano, coperto da tettoia in cemento armato e destinato in parte a rimessa degli autoveicoli (con fossa e piccola officina), in parte a officina del carpentiere e in parte a deposito. Erano altresì previsti sia un piccolo fabbricato a parte, destinato a servire come deposito dei materiali infiammabili, sia l’adattamento a giardino – e in parte anche ad orti e pollai – di tutta la zona interna al recinto, ai due lati del viale centrale. Dietro ciascun fabbricato di abitazione fu costruito un ampio lavatoio in cemento e presso la palazzina dei sottufficiali fu scavato un altro buon pozzo”.

Oltre a ciò, il cantiere apportò alla tenuta migliorie di vario genere. “Per il servizio della luce e per altri servizi elettrici fu a suo tempo disteso un cavo trifase con neutro a 220 Volt, che può essere alimentato tanto dall’una quanto dall’altra Radio e si dirama in ciascuno dei fabbricati del centro. Analogamente si provvide ai servizi dell’acqua potabile e di lavanda, come già si è accennato. Oltre alla strada fra le due Radio, fu costruita completamente – posando la massicciata sul tracciato di una vecchia strada a fondo naturale – la strada che dalla nuova Radio raggiunge l’argine del Caligi e si prolunga lungo il canale fino al campo scuola di aviazione di Coltano. Di là le strade già esistenti permettono di giungere a Pisa attraverso le borgate delle Rene e di Ospedaletto. Lungo tale percorso furono eseguiti direttamente dal personale della Radio, con l’aiuto di due autocarri, i trasporti di tutti i materiali d’impianto esclusi soltanto quelli per le costruzioni murarie (trasportati su barrocci), ma compreso tutto il ferro e tutti i cavi d’acciaio dei piloni e dei loro ancoraggi e tutto il macchinario”.

Nel ‘22 furono montate le quattro avveniristiche torri metalliche dell’antenna “a tenda” e sistemati macchinari e apparati trasmittenti. Alti 254 metri e ancorati alla terra da poderosi tiranti, i tralicci erano posti ai vertici di un quadrilatero di oltre 400 metri di lato. Nell’aprile ‘23 la nuova stazione era pronta: dopo l’esito felice delle prove di trasmissione condotte per tre giorni, il 15 essa poté prendere ufficialmente servizio. Evento dal Bertarelli annunciato già da un anno, con dovizia di particolari tecnici e spiegandocene enfaticamente la ratio.

“Una nuova e ben più potente – una delle più potenti al mondo – sta sorgendo accanto alla vecchia Radio-Coltano. Già in questa si sono adottati nuovi sistemi, coi quali la trasmissione si è fatta quasi silenziosa; si sentono solo i lievi sibili degli archi imprigionati nelle casse metalliche, o il brontolio dei soffiatori che spengono le fiammate producentisi nelle chiavi d’interruzione dei circuiti comandati dai tasti manipolatori. La radiotelegrafia si adatta rapidamente a nuovi miracoli: tutte le esperienze che si sono raccolte in questi ultimi anni e tutte le perfezioni alle quali si è giunti verranno utilizzate nel nuovo grande impianto. Il fabbricato è quasi ultimato; quanto all’aereo, esso sarà sostenuto da quattro antenne in traliccio metallico, dritte nel cielo fino a 250 metri e poste ai vertici di un quadrato di 420 metri di lato. Le esili, altissime antenne sono di sezione triangolare equilatera uniforme, di 2.50 metri di lato; ciascuna di esse sarà trattenuta da tre famiglie di lunghi controventi ancorati a grande distanza, e appoggia al piede in una mezza sfera cava d’acciaio fuso, posta in cima a un treppiedi a traliccio. Le basi delle antenne terminano con perno a sfera, cosicché gli alberi sotto l’azione del vento potranno spostarsi con lievi movimenti di rotazione, concessi dalla elasticità del sistema di controventi e che si fa conto possano essere in cima di poco più di un metro; ogni antenna pesa 80 tonnellate. I treppiedi appoggiano su di un gran blocco monolitico di calcestruzzo, su palafitte battute a rifiuto; gli stralli (le funi di controventatura che tengono ritte le antenne) sono pure ancorati in blocchi di calcestruzzo. Il grandioso aereo sarà alimentato da due archi Poulsen da 350 Kw, costruiti dalla R. Marina nell’Arsenale di Spezia, e da un alternatore ad alta frequenza della potenza di 200 Kw, fornito dalla Compagnia Marconi. Perché due stazioni radiotelegrafiche possano corrispondere con sollecitudine senza l’inconveniente di doversi porre alternativamente in ascolto soltanto dopo la trasmissione – che disturberebbe i segnali in arrivo – già da tempo si collocano gli apparati riceventi alquanto lontani da quelli di trasmissione. Da tal posto i radiotelegrafisti possono con adatti congegni comandare le macchine a distanza ed eseguire la trasmissione, pur rimanendo insieme in ascolto con la stazione con la quale corrispondono e i cui segnali giungono indisturbati. Così sarà fatto il nuovo impianto: la stazione ricevente verrà posta in luogo opportuno a una certa distanza da quella di trasmissione. Per l’alimentazione delle macchine vi è una linea elettrica trifase a 30.000 Volt: essa porta l’energia ceduta in estate dalle acque dell’Adamello, in inverno da quelle del Serchio, del Corfino, della Lima e della Turrite. I conduttori elettrici la guidano, la deformano in mille guise, le imprimono palpitazioni il cui ritmo va man mano aumentando dagli alternatori ai convertitori radiotelegrafici, all’etere; poi i fili la lasciano: va nello spazio, libera, velocissima. Parte si sperde misteriosamente, parte va ad eccitare nuovi conduttori che la costringono in nuove macchine a raccontare la sua storia. È grandioso tutto questo caparbio potere dell’uomo, infima cosa nella scala dei valori relativi ma che, ardito come Prometeo, sta ancora e sempre ai primi gradini vigoroso ed illuso”.

Più prosaicamente, gli ufficiali nonché responsabili del settore radiotelegrafico della Marina Pession

e Poladris ebbero parole critiche nei confronti della frettolosità con cui lo Stato italiano aveva inizialmente promosso l’ambizioso progetto di Coltano, cui a loro avviso erano mancati sia adeguati studi che opportune valutazioni circa le difficoltà che si sarebbero inevitabilmente presentate. “L’ardito disegno avviato dal parlamento nel 1903 – concepito prima di ogni altra stazione all’epoca primordiale della tecnica radiotelegrafica – con l’approvazione della legge per la costruzione di un impianto radiotelegrafico ultrapotente destinato a stabilire comunicazioni dirette dall’Italia con le Americhe e con le colonie in Eritrea, se da una parte costituisce un indiscusso attestato di plauso ed incoraggiamento che l’Italia volle dare al genio di Marconi, dall’altra fu un errore di indirizzo pratico, le cui conseguenze si intesero per diversi anni. Nel 1903 non era possibile prevedere le gravi difficoltà di ordine tecnico e anche di indole politica; si volle pensare subito alla costruzione di una stazione ultrapotente prima di aver fatto una lunga esperienza sulle comunicazioni radiotelegrafiche a breve distanza. Di conseguenza la stazione di Coltano ha risentito di tutti i dubbi ed incertezze che dovevano necessariamente accompagnare gli studi diretti a risolvere il grande problema delle comunicazioni radiotelegrafiche a grandissima distanza”.

Il Centro Radiomarittimo  Di lì a poco nuove disposizioni legislative concernenti i servizi radio indussero il governo a darli in concessione ai privati; conseguentemente, a rilevare la gestione della stazione coltanese fu, nel ‘24, la Società Italo Radio, la quale due anni più tardi provvide all’installazione di altre quattro antenne. Spettacolare l’effetto prodotto dagli otto aerei posti al centro della vasta pianura, secondi per altezza – e non certo per ingegno – soltanto alla Tour Eiffel e visibili anche da molto lontano.

Scaduta la convenzione con la Italo Radio, nel settembre ‘29 gli impianti rientrarono in possesso dello Stato, che ne affidò l’esercizio diretto al Ministero delle comunicazioni (nel ‘24 quello delle poste e telegrafi era stato soppresso), nei piani del cui titolare Costanzo Ciano esso avrebbe dovuto servire principalmente le navi mercantili, garantendo a tutte quelle in transito nel Mediterraneo e nell’Atlantico (fino alle Azzorre e alle Canarie) un collegamento duplex con l’Italia.

Nel frattempo la scienza delle comunicazioni radio aveva compiuto passi da gigante, soprattutto dopo l’avvento delle onde corte che aveva rapidamente fatto cadere in disuso quelle a onde lunghe e con esse il primo impianto marconiano; il nuovo avrebbe dovuto trasmettere in onde corte, medie e lunghe. Ciò rese necessaria l’introduzione di diversi adeguamenti tecnici: la costruzione di due nuovi tralicci da 60 metri, deputati a sostenere i nuovi radiatori; le sedici antenne del vecchio impianto furono rimosse; un’altra stazione ricevente duplex fu aperta a Nodica – a sufficiente distanza da Coltano per evitare interferenze con le trasmissioni – collegata a quella madre mediante un cavo sotterraneo lungo 30 chilometri e composto da 11 doppini telefonici.

Le ragioni di questi cambiamenti furono spiegate dal regime in un opuscolo dedicato al nuovo “Centro Radiomarittimo”, attivato nel giugno ‘30. “Con l’accentramento dei servizi commerciali fra punti fissi negli impianti di Roma-Terranova veniva a mancare la possibilità e la convenienza di mantenere analoghi servizi a Coltano. Il Governo Fascista ne decideva pertanto la trasformazione in Centro Radiomarittimo di media e grande portata, da destinarsi principalmente alle comunicazioni col naviglio mercantile. Ciò in armonia col nuovo orientamento assunto dai servizi radiomarittimi mondiali dopo l’introduzione nelle stazioni di bordo di apparecchi trasmittenti e riceventi a valvola di grande portata, in sostituzione o complemento dei vecchi impianti a onde smorzate, ed anche allo scopo di dare instradamento unico ai marconigrammi diretti a navi lontane e, per quanto possibile, anche a quelli provenienti da esse. Sullo scorcio del 1929 e nei primi mesi del 1930, l’attrezzamento delle due stazioni costituenti il centro, e cioè della trasmittente di Coltano e della ricevente duplex di Nodica, venne quasi radicalmente cambiato, in modo da adibire gli impianti principalmente al servizio con le navi mercantili. Prima dell’apertura del nuovo Centro, il servizio radiomarittimo metropolitano era affidato a 12 stazioni costiere, attrezzate per le comunicazioni col sistema alternativo (senza ricevente staccata), e provvedute in genere di soli apparecchi del tipo ad onda media. D’altra parte, la quasi totalità del naviglio mercantile non possedeva che trasmettitori e ricevitori di debole raggio d’azione, ed un forte numero di navi da carico adibito a navigazione di lungo corso era provveduto di solo trasmettitore a scintilla e di ricevitore a cristallo. Ciò limitava praticamente il contatto fra le nostre stazioni costiere e le navi nazionali alle sole comunicazioni in Mediterraneo, restando il traffico sugli oceani sottoposto quasi interamente al controllo dei servizi esteri. L’entrata in funzione del Centro di Coltano-Nodica ha potuto pertanto avvantaggiarsi delle nuove provvidenze legislative del Governo Fascista, che imponeva l’obbligo del trasmettitore ad onda corta o di quello a valvole per onde medie a determinate categorie di navi uscenti dagli Stretti, e delle altre norme tecniche per la normalizzazione del materiale radioelettrico di bordo che ebbero forma definitiva in apposito decreto del 21 febbraio 1931”.

A seguito degli adeguamenti tecnici imposti dal provvedimento – proseguiva orgogliosamente la pubblicazione – “111 navi sono ora in grado di appoggiare, mediante l’onda media persistente, il loro traffico direttamente a Coltano, non solo da ogni punto del Mediterraneo ma dai vari mari dell’Europa ed anche dallo stesso Atlantico, fino ai limiti delle Azzorre e delle Canarie; altre 42 navi possono comunicare direttamente ad onda corta con Coltano, per alcune ore del giorno solare, stando in qualsiasi mare, e 255 navi hanno analogamente la possibilità di ricevere i marconigrammi e gli altri messaggi che Coltano trasmette “all’aria” con le onde corte in diversi orari della giornata”.

A testimonianza del periodo d’oro del Centro Radiomarittimo resta un evento con cui il genio di Marconi volle mostrare al mondo intero l’affidabilità e l’importanza delle comunicazioni radio intercontinentali. Il 13 ottobre 1931, per mezzo di un trasmettitore ad onde corte prodotto dalla Marconi’s Company – e dagli operatori della stazione denominato “Pechino” – da Coltano fu lanciato un segnale che accese le luci della statua del Redentore a Rio de Janeiro.

Nel periodo in cui il regime fascista si avviava a vivere i suoi anni di maggiore consenso, la nuova conquista scientifica suscitò nel Paese un’ondata di entusiasmo non inferiore a quella che si era avuta in occasione del varo della prima stazione marconiana. Il primo a rallegrarsi fu ovviamente colui che il Centro Radiomarittimo aveva fortemente voluto, e cioè il ministro Ciano – vera e propria bandiera della Regia Marina per le imprese compiute durante il conflitto mondiale – tenendo in Senato un discorso dal tono autocelebrativo.

“La grande stazione di Coltano è stata attrezzata con tutti gli apparecchi più moderni ed è in comunicazione con le navi nostre in tutti i mari del mondo. Questa stazione assorbe i quattro settimi di tutto il traffico radio della marina mercantile; ossia, per quattro settimi i radiotelegrammi delle navi italiane sparse nel mondo che hanno per destinazione l’Italia vengono direttamente alla stazione di Coltano. Ora il servizio di radiodiffusione incontra maggiore interesse nel pubblico e completa la sua rete in modo da non avere più zone d’ombra. E si perfeziona: è un servizio importante perché è un importante mezzo educativo, di informazioni e di diletto, al quale tutto il popolo italiano partecipa con grande simpatia. Dico di più: il ministro delle colonie avrà tra poco quel servizio esteso non solo alle colonie mediterranee, ma anche a quelle dell’Africa orientale. La Stazione radiotelegrafica di Coltano, già concessa alla Società Italo Radio e per successiva convenzione restituita allo Stato, è stata completamente riorganizzata e dotata di apparecchi forniti dei migliori dispositivi noti alla tecnica odierna. Il nuovo centro di Coltano rende possibile di radiocorrispondere a grandissime distanze con le navi mercantili fornite di apparecchi ad onde corte in qualsiasi mare esse si trovino. Speciali apparecchi ad onde medie assicurano la corrispondenza con le navi nel Mediterraneo e nei mari vicini. Il nostro naviglio può così mantenersi in continuo, diretto contatto con la madrepatria, senza dovere più ricorrere per determinate comunicazioni a stazioni radiotelegrafiche estere. E quando tutte le nostre navi avranno gli impianti di bordo regolari e completi secondo gli obblighi fatti dalla recente legislazione, rendendo possibile un più esteso scambio di corrispondenze, maggiormente apprezzabili saranno i risultati della nuova organizzazione data dal ministro delle Comunicazioni al centro di Coltano”.

Dopo un’entusiastica visita alla nuova stazione, la scrittrice Bianca Gerin volle celebrarla in termini lirici. “Le sale si seguono l’una all’altra col loro linguaggio poderoso e per noi indecifrabile: sala macchine ad alta tensione per onde corte; sala macchine accensione filamenti, tensione anodi, pilota griglie e modulatore radiotelefonia; cabina di trasformazione di alta tensione; sala alternatori ad alta frequenza per trasmissioni ad onda lunga e macchine per alimentazione dei trasmettitori onda media; sala trasmettitori onda media. Finalmente la sala trasmettitori Marconi ad onde corte. L’ingegnere ci conduce poi davanti al modulatore per la trasmissione in radiotelefonia. L’ultima conquista dà alle sue parole il fascino che supera la scienza per raggiungere il cuore. Allora ti rivolgi per sorridere al giovane ingegnere. Poi riprendi la tua strada solitaria. Un aratro abbandonato in un campo raggia al sole, gioiello favoloso. Chiara t’è ormai la magnifica unità nascosta nella molteplicità degli aspetti, e quell’aratro ti vale l’antenna, e il tasto Morse ti appare miracolo, come il seme di grano che accestisce nella zolla franta. Arrivi senza avvedertene al nuovo canale navigabile. Un canto di navicellaio sale nel silenzio: riconosci lo stornello toscano. La fune, contro le canneggiole, vi aggiunge un accompagnamento di corda toccata in sordina. Le automobili rombano, poco lontane, sull’asfalto della via provinciale”.

Ovviamente più tecnica l’analisi del Solari: il quale, nel ragguagliarci sull’evoluzione dell’impianto pisano, riesce a illustrare i risultati dei successivi esperimenti compiuti da Marconi in modo comprensibile anche ai non addetti ai lavori. “Alla stazione di Coltano sono stati installati, in prosieguo di tempo a datare dal 1908 e sino al 1932, i diversi tipi di antenne per onde lunghe e corte secondo i successivi perfezionamenti della tecnica e i vari trasmettitori impiegati, con lo stabilimento di radiatori per comunicazioni intercontinentali e radiomarittime. L’alternarsi delle stagioni, le variazioni delle ore di luce e di oscurità costituiscono elementi di grande importanza per la determinazione della lunghezza d’onda più adatta per collegamenti a grande distanza. In conseguenza dell’influenza esercitata sulla propagazione delle onde corte dai diversi gradi di luce solare o di oscurità nelle varie parti del globo, è stata preparata dall’ing. Tremmellen della Compagnia Marconi una serie di carte le quali indicano i cambiamenti degli strati ionizzati delle varie parti del globo. Tali carte sono di grande utilità per progettare le stazioni destinate a servizi a grandi distanze. Alcune norme di massima da seguire nella scelta della lunghezza d’onda da usare nelle diverse ore e stagioni per stazioni ad onde corte furono formulate da Marconi nel 1930 dopo alcuni anni di pratiche esperienze nelle varie parti del globo; le riassumiamo brevemente. Per comunicazioni a grande distanza ad onde corte devesi tener conto dell’attenuazione e della inclinazione dei raggi. Poiché l’attenuazione in percorsi diurni aumenta con l’aumentare della lunghezza d’onda, occorre per avere poca attenuazione usare le onde più corte della relativa gamma: e cioè onde comprese fra 15 e 25 metri per comunicazioni diurne a lunghe distanze. Nelle ore notturne, l’attenuazione di tutte le onde diviene molto piccola, ma in tali ore l’inclinazione diviene insufficiente per le onde corte inferiori ai 30 metri: perciò durante la notte debbono essere usate le onde di lunghezza superiore ai 30 metri. Nelle ore diurne, l’attenuazione varia secondo la latitudine geografica e secondo le ore del giorno e le stagioni; in altre parole, varia secondo l’altezza del sole. Durante la notte, l’inclinazione diminuisce a misura che l’oscurità notturna aumenta, di modo che durante le prime ore della notte potranno essere usate onde di circa 35-40 metri, ed occorrerà usare onde più lunghe se l’intero percorso del collegamento da stabilire avvenga nelle ore inoltrate della notte. Durante i mesi invernali, nelle alte latitudini settentrionali o meridionali, quando le notti sono più lunghe, sarà pertanto necessario usare le onde più lunghe (della gamma onde corte) comprese fra i 45 e i 100 metri. Un altro elemento da tener presente nel determinare la lunghezza d’onda è quello del ciclo undicennale delle macchie solari, che hanno l’effetto di ridurre l’attenuazione diurna e di diminuire l’inclinazione durante gli anni in cui le macchie solari sono minime. L’effetto sopra accennato, costituito dalle macchie solari, è più sensibile nelle vicinanze delle regioni del polo magnetico”.

L’apoteosi e la rovina  Per il decennale della nascita del nuovo impianto, la “RassegnadellePoste, deiTelegrafi edeiTelefoni”dedicò al “Centro radioelettrico di Coltano” un approfondimento che celebrava quella pisana come la principale stazione transcontinentale  d’Europa, il cui sistema di antenne copriva la maggior parte del globo consentendo i collegamenti con i piroscafi delle linee di New York, Buenos Aires, Valparaiso, Vancouver, Shangai, Australia e Capetown.

“Per le potenti e svariate sue attrezzature e apparecchiature, e per gli importantissimi e numerosi servizi che è chiamato a disimpegnare e che svolge con regolarissima precisione, il Centro radioelettrico di Coltano costituisce una delle stazioni radioelettriche più importanti del mondo. Esso è costituito dalla stazione trasmittente di Coltano, quella ricevente di Nodica e dall’Ufficio di controllo delle trasmissioni – con sede in Pisa, presso i locali di quella Direzione Provinciale Poste e Telegrafi – le cui finalità sono di duplice ordine: disciplinare-organizzativo e tecnico. Quelle di ordine disciplinare-organizzativo sono intese: a controllare il servizio degli operatori, in modo da evitare che esso resti completamente affidato all’iniziativa dei singoli; a rilevare le eventuali deficienze organizzative del servizio; ad agire da organo indipendente di giudizio nei casi di controversie fra la stazione di Coltano-Nodica e quelle corrispondenti. A Coltano è accentrato praticamente tutto il servizio radio per le navi mercantili, fatta eccezione per le comunicazioni di sicurezza e per quelle di interesse portuale, che continuano ad essere svolte dalla rete delle stazioni costiere di piccola potenza. L’applicazione di tale concetto ha permesso di semplificare l’istradamento dei marconigrammi; per effetto di detta organizzazione gli apparati di Coltano sono sempre pronti a funzionare in qualsiasi momento delle 24 ore, su onda media per i servizi radiotelegrafici in Mediterraneo e su onda corta per i servizi in Oceano. L’inoltro dei marconigrammi alle navi viene fatto dal Centro col sistema del “lancio all’aria”, che è una vera e propria radiodiffusione telegrafica fatta in diverse ore della giornata. Il Centro esegue anche l’importante servizio dei marconigrammi meteorologici (OBS), al quale prendono parte i più grandi e importanti transatlantici italiani, provvisti di trasmettitori a onde corte, che fanno le rotte di Nord, Sud e Centro America, sud e nord Pacifico, Australia, Estremo Oriente, Levante, India e scali attorno all’Africa. Il Centro inoltre, sulla base delle informazioni date alle navi e di quelle fornite dagli armatori, tiene al corrente la posizione di tutto il naviglio mercantile che trovasi in navigazione: servizio questo utilissimo per le Autorità centrali e periferiche della Marina mercantile nonché per gli armatori, potendo essi in ogni momento essere informati circa la posizione delle rispettive navi, oltre che per l’istradamento stesso dei marconigrammi secondo la posizione in cui trovasi la nave alla quale essi devono essere inoltrati. Il Centro disimpegna altresì, mercé i propri impianti e attraverso i cavi nazionali, il servizio radiotelefonico tra le navi e gli utenti di altri Paesi esteri ed extraeuropei, il cui nominativo è IAC”.

Interessante anche la descrizione dell’articolazione della moderna struttura, dalla quale emerge anche la rilevanza dei collegamenti istituiti con Etiopia e Albania, nuove conquiste coloniali. “Il servizio che disimpegnano il Centro e le stazioni minori si distingue in servizio radiomarittimo e con aeronavi e servizio con punti fissi; entrambi possono essere sia telegrafici che telefonici. Il servizio radiomarittimo telegrafico comprende il traffico commerciale “bilaterale” con le navi (in duplex), quello “unilaterale” (lanci all’aria), il servizio bollettini, quello di stampa, di borsa, meteorologico, ecc.; quello telefonico comprende il traffico bilaterale con le navi (in duplex) e i bollettini di informazioni, in varie lingue. Il servizio radiomarittimo su onde corte con le navi che trovansi entro e fuori del Mediterraneo viene svolto esclusivamente dal Centro di Coltano, il quale disimpegna il servizio radiotelegrafico con le stazioni di Capraia, Gorgona, Cagliari, Tripoli, Bengasi, Tirana e con altre eventuali, quello radiotelefonico con l’Africa Orientale Italiana, la Libia e l’Albania. Il servizio radiotelefonico con l’AOI si effettua tutti i giorni con Asmara dalle 8 alle 9 con onda 16,90 di Coltano e 17,54 di Asmara; con Addis Abeba dalle 9 alle 11 con onda 16,95 di Coltano e 16,42 di Addis Abeba, e dalle 14.45 alle 16.45 con onda di 16,90 e 16,42 di Addis Abeba, con Mogadiscio dalle 14.20 alle 15.20 con onda 16,95 di Coltano e 18,31 di Mogadiscio. Recentemente è stato istituito un servizio radiotelefonico con l’AOI dalle 22.30 alle 0.30 (ora italiana). Il servizio telefonico può svolgersi anche con Gondar e con Harrar-Gimma, negli orari rispettivamente di Asmara e di Addis Abeba. Esso si svolge tutti i giorni con Tirana dalle 8 alle 12 con onda 35,40 di Coltano e 38 di Tirana, e dalle 15.45 alle 17 con onda 47,21 di Coltano e 38 di Tirana”.

Con l’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale tutti i coltanesi di età adulta furono chiamati alle armi; cosicché a lavorare la terra rimasero donne, anziani e bambini. Per sopperire alla mancanza di manodopera l’ONC decise allora di ricorrere agli ebrei pisani: i quali dalle leggi razziali erano stati privati delle loro botteghe in città ma anche esclusi dalle Forze armate, sia in pace che in guerra. Ogni mattina costoro giungevano a Coltano in bicicletta per dare il proprio contributo nei campi per l’intera giornata, dietro corresponsione di un salario.

Nel periodo bellico il Centro Radio fu militarizzato, recintato e dotato di due garitte a sorvegliarne gli ingressi; la sua attività proseguì fino all’arrivo dei tedeschi, che ne interruppero le trasmissioni. La situazione precipitò nel giugno ‘44, allorché, dopo la decisione del comando germanico di attestare le truppe lungo la Linea Gotica – l’ultimo baluardo difensivo del Terzo Raich, coincidente con la catena appenninica – la ritirata della Wehrmacht si caratterizzò per le stragi più efferate e le devastazioni più gratuite.

Anche a Pisa non furono pochi gli atti di vandalismo, la cui inutilità ai fini della guerra li faceva apparire come dettati solo dalla rabbia e dalla vendetta; tra i più noti, l’abbattimento del campanile di San Piero a Grado, quello del Ponte Solferino e la distruzione a San Rossore sia della residenza reale che dello chalet del Gombo. Purtroppo, la mattina del 14 giugno anche Radio Coltano cessò di esistere: i nuovi Unni minarono tutti i tralicci e la palazzina della seconda stazione, facendo saltare tutto con una serie di esplosioni, mentre il fragore delle strutture metalliche che collassavano su sé stesse terrorizzava gli ignari abitanti. Così sette anni dopo la scomparsa di Marconi cessava di vivere anche la sua creatura prediletta, a costruire e perfezionare la quale erano occorsi decenni di lavori, di studi, di ingegnosità. Soltanto la palazzina intitolata al grande inventore rimaneva in piedi, a simboleggiare un’epopea irripetibile e perduta per sempre.

Sulla situazione dell’impianto negli anni della guerra, sulla sua tragica fine e sulle vicissitudini successive abbiamo la preziosa testimonianza del dipendente Narciso Baroni. “Quando l’Italia entrò in guerra, anche il Centro Radiotelegrafico di Coltano – come tutte le altre stazioni radio – venne militarizzato. Dipendenti, operai, impiegati furono considerati tutti come militari, con gli stessi obblighi di segretezza, disciplina, fedeltà; mentre dal punto di vista economico si continuava a dipendere dal Ministero delle Comunicazioni. Allora il Centro Radio era tutto protetto da un’alta rete metallica sorretta da pali di cemento, con due sole aperture: quella verso il Fosso Caligi – in seguito chiusa – e quella verso i Palazzi, sorvegliata giorno e notte da una sentinella. A protezione del Centro da Livorno fu mandato un reparto di militari della Marina. Quando poi il fronte si avvicinò a Coltano, tutte le costruzioni del Centro Radio furono mimetizzate, colorate a grandi macchie verdi, gialle e marroni perché si confondessero con la natura circostante e dall’alto non fossero riconosciute dagli aeroplani; i vetri furono dipinti di blu, in modo che durante la notte non si vedessero le luci accese.

Un giorno eravamo davanti al podere di Buesso, sul ponticello; era caldo, sarà stato mezzogiorno quando si cominciò a sentire un ronzio: un rumore sordo, cupo, sempre uguale. Per aria decine di aeroplani lenti, tutti alla stessa distanza tra loro: erano le “fortezze volanti” degli Alleati, che andavano a bombardare Pisa.

Con l’arrivo dei tedeschi il servizio radio fu interrotto. Al momento di abbandonare Coltano poi essi diedero fuoco alle micce: la stazione saltò in aria e ricadde su sé stessa; il muro tondo di cinta rimase quasi intatto; gli apparati sotto le macerie. Sul Ponte Solferino passava il cavo di collegamento con Nodica: quando i tedeschi fecero saltare il ponte si trinciò anche il cavo, che non sarebbe stato più riattivato. Così finì la possibilità di collegamento tra le due stazioni.

Quando da Pisa si tornò a Coltano, si scoprì che una delle mine era rimasta inesplosa: così c’era pericolo per noi, che cercavamo di recuperare del materiale per riattivare qualche servizio. Una mattina un operaio, Taccini, dopo avere salutato con particolare emozione la famiglia entrò nel recinto della stazione, prese la mina inesplosa, se la caricò sulle spalle e cominciò a camminare verso il padule. Quando gli sembrò di essere abbastanza lontano, mise con cura la mina per terra e tornò indietro; essa poi fu fatta brillare dagli artificieri. Con un po’ di materiale recuperato sotto le macerie si costruì un trasmettitore ad onde medie per il servizio marittimo; si alzò una piccola antenna, si fece qualche collegamento ma non fummo incoraggiati: la sorte di Coltano era già stata decisa altrove. Una delegazione andò fino a Roma, al Ministero, per perorare la causa della riattivazione del cavo e della ripresa del servizio. Furono fatte promesse, rassicurazioni; dissero di tornare a Pisa tranquilli, che Coltano sarebbe stata ricostruita, ma che ci sarebbe voluto tempo; che dovevamo aspettare, avere pazienza”. Vicende queste ultime che si riferiscono al ‘46.

Sulla distruzione del Centro Radio abbiamo anche la toccante testimonianza di Lorenzo Passetti: “Dalla macchina possiamo assistere all’apocalittica scena delle Torri che cadono ad una ad una in un assordante fragore. Dieci, quindici esplosioni fanno alzare nel cielo che tende al buio enormi valanghe di fuoco e le strutture vengono giù con un gemito sinistro. C’è un gran puzzo ed un gran fumo intorno e, quando finalmente tutto tace, si ode solo il rombo dei camion e delle moto che si allontanano sulla strada che porta all’Aurelia. Arrivano anche, non lontano da noi, grida di donna e pianti di bimbi terrorizzati: sono gli abitanti di Coltano che non si aspettavano tanto scempio”.

Altrettanto intenso il ricordo di Ugo Riccarelli: “Quei tralicci rimasero in mezzo alla palude per più di trent’anni, come sentinelle che annusassero l’aria, fino a che incapparono anche loro nel vortice della Seconda guerra mondiale e anche loro provarono la tristezza e il dolore della distruzione. I Tedeschi in ritirata non lasciarono in piedi neppure un traliccio di quel bosco metallico che per anni aveva disegnato l’orizzonte di Coltano. Il seguito fu lo squallore dell’abbandono, la disperata lotta dei tecnici e degli operatori che per molti anni si batterono con il Ministero delle Poste a cui passò la gestione degli impianti affinché quello che era stato un punto di orgoglio per l’Italia venisse riparato e rimesso in attività”.

Il campo di prigionia  Alla fine della guerra Coltano fu protagonista di un’altra tragica vicenda, da ascriversi stavolta all’iniziativa dei vincitori. I quali, nel risalire la Penisola, la costellarono di campi di internamento per i prigionieri di guerra, i quali alla fine sarebbero stati più di 400: i PWE (Prisoners of War Encampments). Questi campi seguivano una numerazione progressiva che rifletteva la lenta ritirata tedesca verso la Linea Gotica; il primo in terra toscana fu così aperto a Scandicci, sotto forma di baraccopoli, nel vasto perimetro della Caserma “Gonzaga”, contrassegnato con il numero 334 e nel quale, dopo il trasferimento degli uomini a Coltano, rimasero solo donne (accusate di avere militato nelle formazioni della Repubblica Sociale o collaborato con i tedeschi).

Quelli successivi furono allestiti nell’area pisana; ciò sia per motivi logistici che per la vicinanza al comando generale cui essi facevano capo, l’MTO-Usa Prisoners War, ubicato a Livorno. Il 335 sorse a Metato, per essere adibito a campo di punizione per gli stessi americani – militari e non – che si fossero macchiati di reati particolarmente gravi (stupratori incalliti, insubordinati, collaborazionisti); i tre successivi a Coltano; mentre il 339 fu insediato nella pineta di San Rossore, utilizzando il campo in baracche e tende in cui nel periodo della RSI erano stati reclusi i prigionieri alleati.

Per aprire i tre campi di Coltano, nell’aprile 1945 il comando della Quinta Armata americana requisì altrettanti appezzamenti di terreno, dislocati in punti diversi della tenuta, per complessivi 191 ettari. Sfrattate le famiglie dei coloni, l’intensa opera di distruzione condotta per mezzo di ruspe e diserbanti dai soldati della 92ª Divisione Buffalo ridusse così ad aree desertiche le terre rigogliose e verdeggianti dei poderi Col Caprile, Hermada, Oslavia, San Gabriele, Vittorio Veneto, Col Beretta, Latina, Piave, Grappa, San Michele, Asiago. Nel volgere di pochi giorni le distese di terra coltivata a grano e frutteti furono cancellate per far posto a quello che, nel suo insieme, era il più vasto campo di prigionia d’Italia. Si trattò di un destino davvero beffardo per la nostra tenuta, la quale a differenza di altre località sedi di bonifica aveva superato più o meno indenne il passaggio del fronte e che dopo l’abbattimento delle torri del Centro Radio si vedeva adesso sfregiata nelle sue zone più fertili, e proprio per mano dei “liberatori”.

Sulle ceneri delle aree poderali sorsero i tre campi, ciascuno della superficie di una quarantina di ettari: alla pineta dell’Isola il PWE 336, riservato ai soldati germanici; a quella delle Serre il 337, destinato agli italiani; al Biscottino il 338, per i collaborazionisti dell’esercito tedesco, in particolare polacchi e sovietici. A gestirli, gli stessi statunitensi della Buffalo, variegata divisione della Quinta Armata comprendente bianchi, neri, asiatici naturalizzati americani e la Legione Ebraica; mentre all’espletamento di varie mansioni di servizio (di ordine burocratico, alimentare e disciplinare) fu sorprendentemente preposto un folto drappello di prigionieri della Wehrmacht, così come nell’ospedaletto furono impiegati anche medici tedeschi. L’attività del campo di concentramento si protrasse per sei mesi, da maggio a ottobre ‘45; alla fine di agosto la responsabilità del 337 – nel quale nel frattempo erano stati concentrati tutti i prigionieri italiani internati nei PWE toscani –  passò dalle autorità statunitensi al governo italiano.

Per il durissimo regime impostovi dal comando americano – che ha portato qualcuno ad assimilarlo ad un lager – noi ci occuperemo in particolare del campo in cui furono reclusi i nostri connazionali. La vastissima area fu chiusa con una duplice recinzione parallela, costituita da alte reti metalliche; nel corridoio determinatosi furono piazzate le torri di guardia, ove stazionavano le sentinelle armate di mitragliatrici e munite di potenti riflettori. Dall’ingresso del recinto si dipartiva uno stradone ghiaioso che divideva il PWE 337 esattamente a metà; ciò allo scopo di suddividere la superficie in dieci settori, per separare i quali si fece massiccio uso di filo spinato. La zona prospiciente l’ingresso ospitava, su entrambi i lati, le grandi tende e baracche del comando del campo, l’ufficio matricola, il parlatorio, le mense dei sorveglianti, i forni, i magazzini di viveri e materiali, le officine meccaniche e di falegnameria. In fondo allo stradone si apriva un altro grande cancello, che fungeva da porta carraia.

Le anomalie incominciano allorché si scopre chi albergava in quello denominato dai suoi stessi istitutori come Fascist’ criminal camp: perché non vi furono reclusi soltanto i repubblichini di Salò. Il primo settore – il più prossimo all’ingresso – era riservato ai prigionieri-guardiani germanici, che potevano fruire di tende alte e spaziose, cucine e servizi igienici. La composizione del secondo era sicuramente la più singolare: vi erano infatti mescolati partigiani che non avevano ottemperato all’ordine di deporre le armi e sedicenti “patrioti” arrestati in quanto privi di documenti; reduci dalla prigionia tedesca, veri o falsi che fossero; disertori dell’esercito repubblichino; ladruncoli sorpresi a rubare materiale della Quinta Armata; civili internati per le cause più diverse: alcuni perché sospettati di avere fatto parte dei servizi segreti della RSI, altri arrestati a caso per le strade mentre imprecavano contro le colonne degli sconfitti, altri ancora finiti a Coltano solo per avere malauguratamente chiesto un passaggio ai camion americani che dal Nord vi trasportavano i prigionieri.

Il grosso degli internati era ovviamente rappresentato dagli appartenenti alle varie Forze Armate e formazioni militari della RSI: soldati, graduati e sottufficiali occupavano i settori 3, 4, 6, 7 e 8; mentre il 5 era riservato agli ufficiali di ogni corpo e grado, dal più giovane sottotenente al più anziano generale. Il nono, inizialmente preposto alla sosta e allo smistamento delle matricole, fu assimilato ai precedenti dopo il considerevole aumento del numero dei reclusi; il decimo ospitava il lazaret, l’ospedaletto da campo.

Per quanto riguarda il numero complessivo degli italiani internati a Coltano, non essendo esso mai stato reso noto dalle autorità alleate (al pari del resto di ogni altro genere di notizie riguardanti quel campo), non ci resterà che provare a dedurlo approssimativamente, basandoci su tre documenti rimasti in qualche modo agli atti. Il primo – rinvenuto fortunosamente – è un foglio di prelevamento viveri originale dell’amministrazione del PWE, datato 19 agosto 1945 e sul quale è riportato con scrittura manuale il numero di 38.550. Gli altri due si riferiscono al periodo in cui il campo era passato sotto la giurisdizione del governo italiano: pur essendo entrambi di origine governativa, essi presentano una discrepanza piuttosto rilevante riguardo la cifra dei detenuti.

Una comunicazione emessa dal Ministero della guerra in data 20 settembre a firma del ministro Jacini ne indica oltre 32.000, così suddivisi: 3.472 ufficiali dell’esercito, 122 della marina, 59 dell’aeronautica; 24.717 appartenenti alla truppa; 359 civili; 994 partigiani; 2506 disertori dell’esercito repubblicano. Mentre da un documento ascrivibile al Ministero dell’interno e relativo alla commissione giudiziaria chiamata a valutare le responsabilità dei prigionieri apprendiamo che questi erano poco meno di 35.000. Considerando quanti erano stati in precedenza liberati e quanti – in numero presumibilmente assai maggiore – erano deceduti si dovrà concludere che nell’arco di quei sei mesi soggiornarono complessivamente a Coltano dai 35.000 ai 40.000 italiani.

I più prestigiosi esponenti della RSI scampati alle mattanze partigiane erano tutti presenti, a cominciare dallo stato maggiore: i generali D’Alba, Farina, Agosti, Frigerio, Bonomi, Adami Rossi, Gambara, Carloni, Canevari. Le Medaglie d’oro Mario Arillo, valoroso sommergibilista, e Aldo Vidussoni, mutilato ed ex segretario del Partito Nazionale Fascista. Il maggiore Edoardo Sala, comandante del Reggimento Arditi paracadutisti “Folgore”, distintosi nel contrastare i carri armati americani sul fronte di Nettuno. Il tenente colonnello Federigo Degli Oddi, che alla testa del suo battaglione di SS italiane si era opposto anch’egli all’avanzata alleata verso Roma. L’altro ex segretario del PNF Francesco Giunta, a lungo braccio destro di Mussolini e poi governatore della Dalmazia. L’ultimo federale repubblicano di Milano Vincenzo Costa.

Ma oltre a militari e gerarchi, furono reclusi a Coltano innumerevoli altri personaggi, illustri o destinati a diventarlo. I giornalisti Vito Mussolini, Enrico Ameri, Mauro De Mauro. Il marciatore Giuseppe Dordoni, futuro campione olimpico, e il calciatore Luigi Scarabello, medaglia d’oro con la nazionale alle olimpiadi di Berlino e poi attore. Gli intellettuali Pio Filippani Ronconi, Ezio Maria Grey, Giovanni Prodi. I futuri politici Mirko Tremaglia e Giuseppe Turini. A fare la parte del leone erano tuttavia quelli che nei decenni successivi sarebbero stati grandi protagonisti nel mondo dello spettacolo: Giorgio Albertazzi, Dario Fo, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Luciano Salce.

A Coltano ebbe a trascorrere quindici giorni terribili anche Ezra Pound, il celebre intellettuale statunitense entusiasmatosi per il fascismo al punto di trasferirsi in Italia per sostenerne la causa fino alla caduta della RSI. A darcene notizia è lo stesso maggiore Sala, nelle sue memorie: “considerato traditore fu rinchiuso in una gabbia di filo spinato priva di copertura e servizi; il cibo gli veniva passato attraverso i fili, e durante il giorno si teneva le mani sulla testa per non essere bruciato dal sole”. Altre testimonianze ci confermano tale presenza, consentendoci di datare la permanenza del poeta a Coltano unitamente a un documento ufficiale: la foto segnaletica scattatagli il 26 maggio all’ingresso nel PWE 335, ove fu portato per ordine del Disciplinary Training Center onde essere aggregato agli altri prigionieri americani. Essendo stato egli catturato dai partigiani il 3 maggio, consegnato ai militari statunitensi e da questi incarcerato per un breve periodo a Genova, il suo soggiorno nel PWE 337 andrà collocato nelle due settimane precedenti il trasferimento a Metato, ove sarebbe rimasto sino ai primi di novembre.

La presenza dei campi di prigionia comportò inoltre delle pesanti restrizioni per la stessa popolazione di Coltano, sottoposta a una sorta di libertà vigilata. La militarizzazione del territorio unita al verificarsi di tentativi di evasione dal campo italiano determinò infatti per gli abitanti una serie di imposizioni e controlli, con perquisizioni delle abitazioni e l’obbligo di esibire il lasciapassare ogniqualvolta uscissero di casa.

L’inumanità della vita nel campo  Ricostruire la storia del PWE 337 non è facile, andandosi a scoprire una delle tante “verità nascoste” del secondo conflitto mondiale che per motivi sia di opportunità che di vergogna la parte vincitrice avrebbe voluto abbandonate all’oblio per sempre. Questo con la compiacenza delle autorità italiane: dato il collocamento del nostro Paese nel nuovo scacchiere internazionale, infatti, si decise di lasciar cadere la sconveniente vicenda nel dimenticatoio. Sia pure con grande fatica, tuttavia, la ricerca storica è alfine riuscita a fare chiarezza su quanto accaduto a Coltano, sfruttando sia la documentazione esistente presso l’Archivio di Stato di Pisa che le testimonianze del ex internati, moltiplicatesi nel nuovo clima dettato dalla fine della Guerra fredda.

Tali contributi ci consentono di affermare essersi trattato di una pagina criminosa, sin dal suo concepimento. Perché non è un caso che il campo venisse edificato in così breve tempo: la tecnica semplice e poco costosa che ne caratterizzò la costruzione stava evidentemente a significare lo scarso valore attribuito dal comando americano al genere di umanità che avrebbe dovuto popolarlo. Per questo il PWE 337 non fu dotato né di baracche ove gli internati potessero ripararsi dalle intemperie e pernottare, né di un’organizzazione e di un servizio in grado di sopperire efficacemente alle loro esigenze più elementari, e neppure di attività lavorative e ricreative che consentissero loro di impiegare costruttivamente il tempo. Le uniche strutture edificate a loro beneficio furono pertanto le latrine.

Soltanto nel secondo mese di attività i responsabili introdussero nel campo delle tende: ripensamento dovuto con ogni probabilità all’imminenza della visita della Croce Rossa, giunta infatti il 23 giugno. Ma neppure tale concessione si risolse in una miglioria vera e propria: ai prigionieri fu infatti proibito di utilizzarle nelle ore diurne, in modo da precludere loro un riparo dagli agenti atmosferici. Data la stagione estiva e l’assoluta mancanza su tutta la superficie del campo di ombra, esso si ridusse ad un immenso coacervo di corpi seminudi, esposti ai raggi del sole dall’alba al tramonto, debilitati dalla scarsità del cibo e dalle precarie condizioni igienico-sanitarie: un vero e proprio girone infernale in cui la dignità umana dei prigionieri veniva offesa e calpestata in ogni suo aspetto.

Sadismo, umiliazione, mortificazione appaiono infatti i termini più adatti per descrivere l’atteggiamento tenuto dai vincitori nei confronti degli sconfitti italiani, mescolati e livellati come carne da macello: fossero essi anziani, ufficiali, gerarchi, mutilati, invalidi, ciechi. Per nessuno si fecero eccezioni: neppure per un ragazzo che aveva avuto amputate entrambe le gambe, e che poté sopravvivere solo grazie all’aiuto dei compagni. In tale diuturno supplizio gli americani trovarono inoltre un valido supporto negli “ausiliari” germanici, elevati al rango di sorveglianti e pertanto armati di manganelli. A completare l’allucinante quadro, il fatto che a comandare il campo fosse un italo-americano.

Si può pertanto affermare che più che come soldati di un Paese sconfitto gli ospiti del PWE 337 fossero considerati e di conseguenza trattati come criminali di guerra, guardati a vista dai carcerieri e con i fucili sempre puntati addosso, cronicamente affamati per la scarsità della “sbobba” – la disgustosa brodaglia che veniva loro largita – cui non mancavano peraltro di rinunciare qualora preferissero fumarsi una sigaretta, offerta dal contrabbando dei guardiani. Lo squallore morale dei quali supera ogni limite di immaginazione: oltre ad essere costantemente circondati da uno stuolo di “segnorine” (le prostitute locali, disposte a darsi per un pugno di amlire), i venali soldati della Buffalo avviarono infatti sulla pelle degli internati un traffico malavitoso che andava dalla prostituzione omosessuale al mercato nero.

Per i nostri connazionali la prima punizione era già quella di dover trascorrere giornate tutte uguali, senza nulla da fare né da potersi inventare, afflitte da una noia assillante interrotta solo dalla pausa del rancio e dalla rara possibilità di disporre di una sigaretta, ma non disdegnando neppure una cicca trovata per terra, capace anch’essa di regalare un attimo di evasione da una condizione oltremodo desolata ed opprimente. E con i carcerieri impegnati a peggiorarla per mezzo di estemporanee iniziative che non avevano altro scopo se non quello di infierire sui prigionieri minandone oltre alla sanità fisica quella mentale. Non si spiegano altrimenti decisioni come quella di inviarne un contingente a Napoli, illudendo i poveri componenti di un imbarco per l’Africa, salvo poi farli inopinatamente tornare a Coltano, ovviamente a digiuno; o suonare l’adunata nelle ore più strane – anche nel cuore della notte – prospettando ai famelici un rancio straordinario, per poi lasciarli a bocca asciutta e ridere loro in faccia.

Il sadismo che dettava le mosse degli aguzzini a stelle e strisce si evince anche dalla crudeltà delle pene comminate a chi avesse commesso una qualche infrazione, fosse essa risibile come il mancato saluto a una guardia graduata: il “salto dei pasti”, la “gabbia”, il “palo”. Se nei prigionieri giovani l’inedia causava una progressiva debilitazione dell’organismo, per anziani, ragazzini e chi era già malato di suo (specie di tubercolosi) essa costituiva una bella spinta verso la morte. La reclusione nella gabbia, protratta per più giorni, pregiudicava a tal punto le facoltà mentali del punito che alcuni dovettero essere internati nel manicomio di Volterra. Non meno penoso l’essere legati al palo: supplizio che se non altro si interrompeva allorché, al crepuscolo, la tromba annunciava il silenzio.

Ma il più atroce dei castighi era sicuramente costituito dalla “fossa dei fachiri”, il cui strazio toccò di sperimentare allo stesso Pound. In alcune zone del campo erano state scavate delle buche di varia grandezza (alcune delle quali in grado di contenere un unico prigioniero, altre fino a dieci) il cui fondo era stato cosparso di pietre acuminate, accostate l’una all’altra in modo da impedire la possibilità di poggiare i piedi – ovviamente nudi – senza ferirsi. Il richiamo ai fachiri suonava come una provocazione ironica quanto sadica: quasi una sfida ai condannati a rimanere in piedi sopra quelle lame di pietra senza provare né manifestare sofferenza.

Il capitolo più inquietante è comunque quello riguardante i morti del PWE 337: molti dei quali uccisi due volte, dal momento che le loro spoglie sono sparite nel nulla. Le testimonianze dei superstiti portano a concludere che tutto nel campo fosse stato predisposto per provocare il decesso di un numero rilevante di internati: oltre alla denutrizione e alla debilitazione, promiscuità e assenza di igiene non potevano infatti che favorire la diffusione delle malattie. Oltretutto anche i malati più gravi venivano lasciati dentro le tende per giorni, coricati sulla nuda terra, per essere trasferiti agli ospedali di Pisa o Livorno solo allorché le loro condizioni si facevano disperate.

A detta di alcuni si sarebbero inoltre avute esecuzioni sommarie di prigionieri, effettuate nella maniera più vile e delittuosa, in assenza non solo di precise accuse e regolari processi ma anche dei conforti religiosi; per metterle in atto i carnefici avrebbero privilegiato le ore notturne, prevalentemente conducendo le vittime fuori dal campo ma anche accoppandole direttamente sotto le tende. In ogni caso, di molti di questi internati periti di morte più o meno violenta si sarebbero perse le tracce.

Il top secret imposto sulla vicenda tanto dalle autorità statunitensi quanto da quelle italiane sarebbe facilmente spiegabile: si doveva evitare che diventasse di dominio pubblico il fatto che i “liberatori” avessero allestito dei campi di concentramento nei quali il regime imposto ai nostri connazionali era per certi aspetti peggiore rispetto a quello riservato ai prigionieri di guerra internati nei lager nazisti. Nel 1964 tuttavia il ritrovamento nell’area dell’ex cimitero americano di Castelfiorentino dei resti di 350 persone, in gran parte senza nome, ha portato gli assertori delle accuse più gravi nei confronti della gestione del PWE 337 a vedere in tale sito l’occulta destinazione delle vittime di Coltano.

La gestione italiana del PWE 337  Restando l’esistenza del campo di prigionia ignota ai più, la gestione americana si protrasse fino al 30 agosto ‘45, allorché avvenne il passaggio delle consegne con il nostro governo, il quale ne affidò la responsabilità al Ministero della guerra e la conduzione al III Reggimento Guardie, comandato dal colonnello Francesco Marinari.

Diversi documenti attestano dello sconcerto e della riprovazione che si impadronirono di chi, a vario titolo, ebbe a toccare con mano la drammaticità delle condizioni di vita degli internati. La prima è la lettera che un partigiano pisano, Eriberto Storti, indirizzò il 2 settembre al Comitato di Liberazione Nazionale di Pisa in previsione della visita alla città del capo del governo – nonché ministro dell’interno – Parri, allo scopo di protestare contro l’equiparazione operata nel PWE 337 tra fascisti e antifascisti. “Abbiamo saputo della venuta del presidente del consiglio e vi rivolgiamo la preghiera di trasmettergli la lettera acclusa, scritta da Patrioti e disertori dell’esercito repubblichino, da dieci mesi prigionieri di guerra, che chiedono giustizia. Dopo i mesi di prigionia, dopo le sofferenze morali e materiali della vita partigiana, non è cosa giusta che noi si sia oggi trattati alla stregua dei più feroci e pericolosi criminali fascisti”.

Chi in quei giorni si attivò tantissimo sollecitando i vertici dello Stato a prendere le dovute iniziative per alleviare la disperata situazione degli internati fu il prefetto di Pisa Vincenzo Peruzzo. Dalla lettera inviata l’8 settembre allo stesso Parri, in particolare, risaltano sia l’umanità del funzionario, allorché nel rivolgersi a uno dei leader dell’antifascismo mostra di prendere a cuore le sorti di quei ragazzi chiamati alle armi dai vari bandi emanati dalla RSI, presentandoli come costretti a combattere per il nazifascismo pena la morte e le ritorsioni sui familiari, sia il suo coraggio, data la fermezza con cui richiama il capo del governo ad assumersi le proprie responsabilità.

“Nel Campo prigionia di Coltano n° 337 vi sono oltre 32.000 internati, tra cui moltissimi ragazzi tra i 13 e i 17 anni e molti giovani delle classi ‘23-‘24-‘25 obbligati, sotto pena di fucilazione e di rappresaglie per le loro famiglie, a prestare servizio nell’esercito repubblicano. Vi sono inoltre civili erroneamente rastrellati, partigiani internati soltanto perché privi di documenti di identificazione; altri per avere usufruito degli automezzi che trasportavano i prigionieri ai diversi campi di concentramento; altri, prigionieri in Germania, che alla data della capitolazione tentavano di raggiungere le proprie famiglie. Vi sono infine vecchi fino a 75 anni, grandi invalidi mancanti di un arto, tubercolotici, anche bisognevoli di urgenti cure e di atti operatori. Tutta questa gente vive in promiscuità con elementi gravemente compromessi politicamente, molti dei quali già colpiti da mandato di cattura e sulla cui sorte occorrerebbe provvedere d’urgenza costituendo essi un grave pericolo per la sicurezza e la disciplina del campo di concentramento, pericolo che potrebbe realizzarsi da un momento all’altro: ripeto, da un momento all’altro. Quale Prefetto e quale italiano, sento di dover far presente tale grave situazione e di invocare l’urgenza di un intervento immediato del Governo perché siano emanati gli opportuni provvedimenti che, oltre a scongiurare il pericolo di gravi perturbamenti dell’ordine pubblico, risponderebbero a criteri di equità e di giustizia. Concludo rilevando che tale spettacolo di miseria non può certo contribuire a farci guadagnare qualche punto di prestigio nei riguardi degli Alleati”.

La situazione rischiò di diventare incontrollabile allorché due testate (una locale, il “Tirreno”; l’altra nazionale, la comunista “Rinascita”) resero pubblica la vicenda del PWE 337. La notizia indusse molte persone a precipitarvisi, nella speranza di ritrovarvi il familiare da mesi scomparso nel nulla. Sfidando la drammatica situazione dei collegamenti (le linee ferroviarie erano ancora quasi tutte interrotte, i ponti a terra, le strade devastate dai bombardamenti) da ogni parte d’Italia un fiume di congiunti si mise in viaggio per raggiungere Pisa. L’esodo provocò un vero e proprio assedio al campo, favorendo anche le evasioni: tra coloro che riuscirono a eludere la sorveglianza delle guardie approfittando della confusione fu De Mauro.

Per ovviare alla caotica situazione Marinari fissò, il 10 settembre, una serie di Norme per la concessione di permessi di colloqui dei prigionieri coi famigliari, con tanto di turni settimanali a seconda della regione di provenienza.  1 L’ammissione ai colloqui coi prigionieri non è un diritto, ma una concessione a favore delle famiglie  2 Saranno ammessi ai colloqui con precedenza le donne gravide, le madri con bambini lattanti  3 I colloqui avranno luogo: lunedì e giovedì, Sicilia Sardegna Calabria Puglie Lucania Campania Abruzzi Venezia Giulia Veneto; martedì e venerdì, Lazio Marche Umbria Lombardia Piemonte; mercoledì e sabato, Liguria Toscana Emilia  4 Per nessun motivo saranno concessi permessi nei giorni di domenica  5 Il permesso sarà dato una sola volta e a un solo famigliare (eccezione genitori, moglie e figli)  6 Alle persone sorprese a gironzolare attorno al campo non saranno concessi permessi di colloqui

A quel punto la pressione sul capo del governo aumentò: facendosi interprete del disagio e della preoccupazione generali per una situazione ormai vicina al collasso e le cui conseguenze avrebbero potuto ripercuotersi sull’intera cittadinanza, il presidente del CLN pisano Antonio Tozzi indirizzò al Viminale il seguente telegramma. “Questo CLN esaminata posizione campo concentramento Coltano recentemente trasferito autorità italiana; constatato che fra oltre trentamila persone ivi raccolte sono molti ragazzi et individui senza colpa accomunati con criminali fascisti, segnala urgentissima necessità discriminazione et smobilitazione. Urgenza viene aumentata dalla fondata previsione che avvicinandosi stagione piogge condizioni igieniche campo non possono ritenersi buone con pericolo anche cittadinanza pisana. Comitato preoccupasi inoltre deficienze rifornimenti alimentari provincia causa mantenimento campo et presenza Pisa moltissime famiglie di internati. Segnala infine pericolo sicurezza pubblica per eventuali manifestazioni scontento dentro et fuori campo”.

Il perdurare dell’ignavia da parte di Roma costrinse Peruzzo a rivolgere al governo un secondo appello (formalmente indirizzato al Ministero dell’interno e a quello della guerra) perché si ponesse fine ad uno “spettacolo triste, anzi tremendo”. Trovandosi da parte sua a dover gestire una situazione così confusa, il 12 settembre era lo stesso Marinari a rivolgersi al Ministero della guerra per chiedergli istruzioni circa il trattamento da riservare agli internati: in particolare, se li si dovesse considerare come prigionieri di guerra o detenuti politici. Un’altra sollecitazione giungeva al medesimo dicastero dal Viminale: “Urge che la posizione degli internati sia definita, non solo per stabilirne il trattamento, ma anche per dar modo ai familiari di avere notizie concrete circa la sorte dei loro congiunti. Vi sono genitori venuti dalla Venezia Giulia e dal Friuli che in quattro mesi non sono riusciti ad ottenere neanche un breve colloquio. Il nostro Governo finora è stato assente. Solo attraverso l’Arcivescovado di Pisa e la Croce Rossa Italiana si è potuto ottenere qualche rarissimo scambio di messaggi fra internati e i loro familiari”.

Il 14 settembre Parri rispose a Tozzi: “Si è già disposto invio Ispettore Generale Pubblica Sicurezza per Campo di Coltano. Provvedimenti sono in corso per ovviare necessità più urgenti. Confidasi anche collaborazione attiva cotesto comitato e cittadinanza”. Ancora quindici giorni dopo l’assegnazione al governo italiano della responsabilità del campo, dunque, nulla era stato fatto di concreto né per alleviare le drammatiche condizioni degli internati né per giungere ad una rapida liberazione degli innocenti.

Dopo l’iniziale ottimismo dovuto in primis al cambio della guardia nella conduzione del PWE, quindi alla comprensione mostrata dal comandante italiano che era parsa preludere al riconoscimento dei diritti più elementari anche per chi è privato della libertà, l’assoluta disorganizzazione causata dall’assenza delle istituzioni fece sì che il calvario dei prigionieri non avesse fine: il rancio diminuì peggiorando anche di qualità, le malattie infettive cominciarono a colpire anche i più giovani, i medicinali scarseggiavano ogni giorno di più. Impressionante poi la metamorfosi subita dalle persone dei reclusi, con invecchiamenti precoci quanto repentini: come quello di un giovane la cui madre, giunta in visita e scorgendolo sotto il sole al di là dei reticolati, non potendolo immaginare già così incanutito pensò che si fosse messo in testa un cappello bianco. A denunciare la vergognosa situazione fu allora “L’Uomo qualunque”, con l’articolo Basta con l’inferno di Coltano.

Finalmente il 20 settembre il Ministero dell’interno dispose la costituzione di quella commissione tanto auspicata, chiamata a chiarire la posizione penale di ciascun detenuto e perciò denominata “discriminatrice”. La quantità degli inquisiti e la disomogeneità della loro composizione indusse ad articolarla in 41 sottocommissioni, 36 delle quali militari; iniziatosi il 25 settembre, il lavoro istruttorio fu condotto a termine nel giro di un mese. Circa 32.000 detenuti furono liberati, mentre a non essere prosciolti furono poco meno di 2.700: 1.637 dei quali furono trasferiti al campo di Laterina, 45 ufficiali al Forte Boccea (Roma), 187 militari della Marina al campo di Narni; 497 ricercati furono rimpatriati con foglio di via obbligatorio; 314 consegnati alla polizia in quanto accusati di reati e crimini di guerra.

Al 1° novembre il campo era smobilitato: il che evitò con ogni probabilità una strage, dato l’esaurimento delle scorte alimentari e l’inevitabile diffusione delle malattie con l’arrivo della brutta stagione; ma anche la necessità di costruire baraccamenti adeguati per affrontarla. L’epilogo della vicenda fu di ordine burocratico: dopo che il Comando americano di Livorno ebbe ordinato alla Divisione Buffalo lo smantellamento dei PWE di Coltano e la restituzione del terreno requisito all’ONB, all’opera di demolizione provvide il nostro Genio militare. L’ultimo documento ufficiale riguardante il campo di prigionia è la perizia con cui i Combattenti quantificavano i danni subiti in 30 milioni di lire.

Dopo mezzo secolo di oblio, nel 1995 la tragica vicenda fu portata a conoscenza dell’opinione pubblica da un libro, Coltano 1945. Un campo di concentramento dimenticato, scritto dall’ex internato Pietro Ciabattini. L’anno successivo, per iniziativa di un gruppo di reduci raccoltosi attorno allo stesso Ciabattini, nella zona della pineta delle Serre più prossima al punto in cui iniziavano i reticolati veniva collocato un cippo commemorativo, sormontato dalla bandiera italiana e recante l’epigrafe: “In questo luogo dal maggio al novembre 1945 sorgeva il campo americano P.W.E. 337 dove 35.000 soldati della R.S.I. soffrirono una dura prigionia  Ai caduti e ai dispersi dichiariamo perenne ricordo”. Da allora ogni anno, in settembre, vi viene celebrata una messa in suffragio delle vittime del campo.

Il dopoguerra  Dopo la chiusura dei campi di prigionia americani l’ONC si dedicò alla riparazione dei danni arrecati dagli Alleati, per concentrare successivamente il proprio impegno sul potenziamento dell’irrigazione dei poderi, mediante una derivazione ricavata dall’Arno; furono inoltre eseguiti lavori per la fornitura della corrente elettrica.

Per quanto riguarda invece il Centro Radio, a segnarne il destino fu anche il fatto che il governo, a fronte della sua devastazione, si orientò verso l’accentramento a Roma di quei servizi che erano stati di pertinenza dell’impianto pisano, come ci ragguaglia lo storico della radio Franco Monteleone. “Alla fine della guerra la situazione della rete radiofonica italiana era di una gravità eccezionale: distrutti, asportati o danneggiati la maggior parte dei trasmettitori e delle apparecchiature di studio, restavano gli impianti di piccola potenza e di limitata ampiezza installati dagli americani, per i quali si presentavano notevoli difficoltà nell’approvvigionamento dei materiali necessari al loro funzionamento. Con la liberazione erano rimaste in piedi, tra le stazioni di maggior potenza, solo quelle di Bari e Bolzano da 20 Kw e quella di Milano I da 50 Kw, oltre ad alcune stazioni minori ad azione quasi esclusivamente locale. Uno dei primi problemi della direzione tecnica della RAI fu quello di dotare l’Italia meridionale di una potente stazione che potesse essere ascoltata lungo tutto il litorale tirrenico a sud della capitale. Analogo problema si presentava per il litorale adriatico. Occorreva cioè garantire alla maggior parte del territorio nazionale almeno l’ascolto di un programma, mentre programmi più ridotti, di carattere regionale, potevano sempre essere realizzati localmente. Un altro problema era costituito dalle antenne, molte delle quali erano andate completamente distrutte. Inservibili o mancanti erano anche moltissime apparecchiature degli studi di registrazione, fra le quali l’impianto di bassa frequenza installato a Roma all’inizio degli anni quaranta, fra i più moderni d’Europa. Gravissimi danni aveva riportato la stazione di Coltano, uno dei gangli vitali del sistema radiofonico dell’Italia negli anni trenta e uno dei gioielli di tecnica radioelettrica: della stazione trasmittente, di quella ricevente e dell’ufficio di controllo non si era recuperato che qualche ricevitore da riparare e qualche trasmettitore di piccola potenza da smontare. I danni erano stati così gravi che il Ministero delle Telecomunicazioni aveva addirittura pensato di trasferire il Centro a Roma”.

Purtroppo il glorioso Centro marconiano non sarebbe stato più ricostruito, né le sue strutture recuperate; per quanto il rapporto di Coltano con la radio sarebbe in qualche modo proseguito. Com’è noto, al termine della guerra le truppe americane non lasciarono la costa toscana ma vi si trattennero in forze; soprattutto attorno ai neri della Buffalo che avevano trascorso l’inverno 1944-45 a Viareggio sorsero numerose attività malavitose – tanto da far ribattezzare la perla del Tirreno come la “città proibita” – perseguitate dalle stesse autorità militari statunitensi e la cui eco è rimasta nel nostro cinema del dopoguerra.

Per ovviare a tale incresciosa situazione, si decise di concentrare tutti quei soldati nella tenuta del Tombolo, strategicamente posta vicino alla ferrovia, all’Aurelia, all’aeroporto di San Giusto e collegata al porto di Livorno grazie al Canale dei Navicelli. Nel ‘51 la cessione da parte dello Stato italiano di mille ettari di terreno all’esercito statunitense consentì di trasformare l’accampamento in una vera e propria base militare.

L’anno successivo l’Air Force impiantò nella parte orientale della tenuta di Coltano una stazione radio, la Coltano Signal Station, le cui vicende avrebbero seguito quelle della Guerra fredda. Nel ‘62 essa fu infatti ampliata e potenziata mediante l’installazione di antenne radar che, oltre a garantirle il controllo dello spazio aereo italiano, le consentivano comunicazioni con Germania, Spagna, Grecia e Turchia. Tre anni più tardi, con la copertura di tutta l’area del Mediterraneo, l’impianto assumeva un ruolo centrale nella strategia delle divisioni statunitensi stanziate nell’Europa meridionale; finché l’avvento dei sistemi satellitare e digitale non rese nuovamente Coltano collegato con tutto il mondo.

Nel ‘52 anche la RAI aveva deciso di istituire a Coltano un Centro di produzione, con l’installazione di due trasmettitori a onde medie: due antenne alte 120 metri tornarono così a delineare l’orizzonte. Simbolicamente, la nuova palazzina fu edificata tra le due storiche stazioni marconiane; ma a seguito del depotenziamento e dell’automatizzazione del Centro sarebbe stata chiusa anch’essa.

Dal punto di vista sociale, gli anni dell’immediato dopoguerra videro Coltano assumere un ruolo particolare nell’immaginario collettivo dei pisani, per vari motivi. Il primo è dovuto alla miseria lasciata in eredità dal conflitto, che portò la gente del circondario a identificare la tenuta come una sorta di eldorado in cui risolvere il cronico problema rappresentato dalla fame. Tale impellente necessità ne rese particolarmente frequentati i fossi, per la loro ricchezza di anguille, ranocchi, chiocciole; soprattutto il Caligi, il cui “casotto” divenne la meta privilegiata per le merende agresti, occasione di evasione rispetto alla drammaticità della situazione generale. I giorni della mietitura vedevano le famiglie dei dintorni venire a Coltano a raccogliervi gli avanzi di grano rimasti qua e là per i campi; i funghi prodotti dalle pinete – i “pinacchiotti” – venivano a rappresentare per chi già faticava a trovare un tozzo di pane un non disprezzabile surrogato delle bistecche; mentre per i ragazzi l’avventurarsi per boschi, fossi e praterie costituiva una scoperta avvincente e magica.

Un ruolo fondamentale nel rendere Coltano assai popolare nel comprensorio pisano-livornese giocarono poi le varie feste che ne celebravano la ruralità. La più sentita era sicuramente quella del 1° maggio, vedendo sin dal mattino l’afflusso di tantissime persone giunte con ogni mezzo ma con prevalenza di biciclette, al punto di mobilitare improvvisati posteggiatori. Dopo la benedizione di trattori e mezzi di trasporto, il pranzo offriva due possibilità: la tavolata al circolo e il picnic nella Pineta dei pinacchiotti, dallo stravagante camino in pietra eretto dagli americani in mezzo alle piante per utilizzarlo come barbecue. Era quest’ultima ad assurgere a centro della festa, soprattutto per i giovani: a beneficio dei ragazzi vi erano state montate le giostre; mentre i più grandi in un angolo della pineta eletto a pista da ballo potevano cimentarsi con i frenetici ritmi dettati dalle mode americane, grazie a un intraprendente fisarmonicista che li alternava alle melodie più tradizionali. In alternativa, al campo sportivo si disputavano agguerrite partite di calcio tra squadre i cui nomi, riprendendo quelli di gloriose società del blocco comunista, sottintendevano l’ideologia rivoluzionaria dei loro componenti: “Stella Rossa”, “Dinamo” ecc.

La sagra dell’uva era la più pittoresca, risolvendosi in un corteo di carri sui quali giovani figuranti cantavano distribuendo i grappoli alla gente, sino a raggiungere Pisa ove veniva premiato il carro più bello. Assai suggestiva anche la festa della mietitura, che oltre al pranzo e al ballo sull’aia vedeva l’esposizione di una trebbiatrice d’epoca e la promozione dei prodotti locali: in pratica un omaggio a quello che costituiva il momento centrale della civiltà contadina, sia per l’importanza della raccolta del grano nell’economia rurale che per la forte coesione sociale che veniva a determinarsi aiutandosi le famiglie reciprocamente nel compimento della messe. Non ebbe invece seguito il Maggio musicale, rappresentato soltanto per due anni facendo comunque registrare la consueta mobilitazione del popolo coltanese per la sua migliore riuscita.

Gli anni Cinquanta videro una progressiva emancipazione degli agricoltori di Coltano rispetto all’ONC: la quale, se da una parte aveva creato quella realtà dotandola di servizi e strutture i più moderni, dall’altra aveva garantito ai mezzadri che allorché si fossero rivelati in grado di gestire i poderi da soli ne sarebbero diventati padroni essi stessi. Ebbe così inizio una lunga fase di trattative e di lotte che vide i coloni organizzarsi sindacalmente nel rivendicare la cessione dei terreni lavorati da anni: alfine ottenuta, nel ‘58, assieme alla concessione di mutui che ne facilitassero l’acquisto.

La nascita della piccola proprietà contadina segnò per Coltano la fine di un’epoca: l’ONC cessò di rappresentare per il villaggio quella sorta di dominus che aveva a lungo gestito e inquadrato la vita dei suoi abitanti, sotto ogni punto di vista; le uniche terre rimastele in dotazione erano quelle non appoderate, condotte quasi esclusivamente a pascolo. Il circolo rimase il centro della socialità coltanese, ma dovendosi adeguare alle nuove mode giovanili: alla fisarmonica, alle partite a carte col bicchierotto davanti, alle bocce subentrarono così giradischi, flipper, jukebox. Con l’avvento della televisione, poi, la sera tutta la comunità vi si dava appuntamento, per seguire le trasmissioni più popolari. Una nuova dimensione trovò anche la Palazzina Marconi, riadattata a cinematografo riscuotendo grande successo.

Nel decennio successivo le nuove opportunità lavorative offerte ai contadini da “boom” economico e industrializzazione segnarono l’inizio di un graduale spopolamento anche di Coltano: il richiamo della città e i vantaggi offerti dal lavoro in fabbrica determinarono un cambiamento di mentalità che determinò l’esodo non solo degli operai, ma anche di alcuni proprietari di poderi che li vendettero per andarsene e cambiare vita. La massiccia emigrazione determinò la fine di diverse attività che avevano segnato un’epoca: il primo a chiudere i battenti fu il cinema; l’ultima – nel ‘90 – la scuola Diaz, per carenza di alunni.

Mentre la parabola discendente imboccata dall’ONC giunse al capolinea allorché, nel ‘77, l’irriconoscente Stato italiano la soppresse in quanto “ente inutile”; decretato il trasferimento della proprietà del territorio di sua pertinenza alla Regione Toscana e classificatone il relativo terreno come “incolto”, esso fu assegnato a una serie di cooperative (“Le Rene”, “Etruria”, “San Giorgio”, “Avola”), costituite da agricoltori della zona. Ciò a un triplice scopo: assorbire gli operai rimasti disoccupati; arginare l’espansione urbanistica di Pisa, in modo da salvare l’integrità della tenuta; rilanciare la natura agricola di Coltano ottimizzandone le colture, frenandone lo spopolamento e mantenendone vive le tradizioni legate alla civiltà contadina.

In tale ottica le cooperative curarono il rilancio delle feste coltanesi: le quali, oltre a rievocare un’epoca ormai tramontata, contribuivano a far conoscere la tenuta anche a chi non vivesse nelle sue vicinanze, nel tentativo di farne nuovamente la meta privilegiata delle gite fuori porta della gente del circondario, quasi a compensarne la diminuzione degli abitanti. A quelle tradizionali si aggiunse a partire dal ‘74 la festa di San Giorgio, in onore al nuovo patrono dopo il passaggio di consegne con San Quirico e la collocazione della chiesa parrocchiale in un magazzino posto sul retro della Villa Medicea. Un’altra invece si perse: la festa dei Combattenti e Reduci non sopravvisse infatti alla scomparsa dell’ONC.

La sensibilità ambientalista che iniziava ad affermarsi in quegli anni portò nel ‘79 la Regione a istituire il Parco Naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, avente quale scopo primario “la tutela delle caratteristiche naturali, ambientali e storiche del litorale pisano e lucchese, in funzione dell’uso sociale di tali valori, nonché la promozione della ricerca scientifica e della didattica naturalistica”. L’adesione delle cooperative all’iniziativa si concretizzò nell’86 con la creazione di un consorzio e la nascita del progetto “Coltano”, finalizzato alla realizzazione di una serie di infrastrutture a servizio della cittadinanza: campeggi, sentieri, centri sportivi e commerciali, quello per la didattica ambientale, il maneggio, un impianto per l’acquacoltura.

Mentre sul fronte radio il ‘91 vedeva lo spostamento del personale della Coltano Station presso la base di Vicenza; il sito fu quindi disattivato e restituito alla gestione del demanio. Di tale esperienza – oltre agli edifici in stato di abbandono – resta un bel cippo commemorativo di Marconi eretto dagli americani in prossimità della Villa Medicea. Della dismessa stazione si sarebbe tornato a parlare nel 2011, allorché il governo Berlusconi ne scelse i locali per collocarvi i migranti sbarcati a Lampedusa: progetto abbandonato a seguito dell’ondata di proteste levatasi dalla popolazione.

Lungo è il capitolo dei tentativi di recupero del Centro Radio di Marconi, alfine caduto nell’oblio della stessa cittadinanza pisana. Gli appelli – che avrebbero visto attivarsi vari comitati e personalità – ebbero inizio sul finire del secolo scorso; nel ‘98, in particolare, nell’ambito della Festa dell’Unità di Riglione fu lanciata un’iniziativa per salvare dalla completa rovina quanto rimaneva della prima stazione. Al 2002 risale invece la proposta di ristrutturare le varie palazzine diroccate – alle due storiche andava ormai aggiunta pure quella RAI – per farne una cittadella delle telecomunicazioni e un museo della radio: anche questa caduta nel vuoto. La stessa fine fece, quattro anni più tardi, l’istituzione da parte del Lions Club di Pisa di un premio di laurea per il recupero delle strutture (di proprietà demaniale) mediante un progetto – a costo zero per lo Stato – finalizzato alla realizzazione di un centro di comunicazione e multimedialità.

Qualche speranza suscitò, nel 2008, il convegno tenutosi presso la Villa Medicea sul tema Il recupero della Stazione Radiotelegrafica di Coltano, se non altro per l’importanza di enti e istituzioni componenti il comitato organizzatore: il Fondo Ambiente Italiano, i Lions Club di Pisa e Livorno, la Regione Toscana, la Provincia e il Comune di Pisa. L’iniziativa cadeva alla vigilia del centenario del conferimento del premio Nobel a Marconi, ponendosi due obiettivi: l’indizione di un referendum tra la popolazione locale per ribattezzare nell’anno celebrativo la frazione come “Coltano Marconi”; la riapertura del Centro Radio. Entrambe le proposte non ebbero tuttavia alcun seguito.

Né a nulla valse assumere quale testimonial del recupero delle vestigia marconiane la stessa figlia del genio bolognese, Elettra, mediaticamente assai attiva a dispetto dell’età. Nel 2007 il Rotary Club di Pisa le assegnò un premio alla memoria del padre, dandole al contempo l’occasione di visitare i ruderi della prima stazione, ove Marconi l’aveva portata bambina. Nell’occasione la donna non mancò di esprimere il proprio rammarico per lo stato di abbandono in cui versava la Palazzina, deplorando il fatto che quella che i testi inglesi celebravano come la stazione radio all’epoca più importante d’Europa fosse dalle istituzioni italiane del tutto ignorata.

L’ultimo conato nel 2018, dopo il passaggio della proprietà della stessa Palazzina al Comune di Pisa, con il miraggio dell’avviamento di lavori di recupero poi però subordinati all’intervento di investitori privati, a tutt’oggi latitanti. Vicenda che segna l’evidente impossibilità di far seguire alle buone intenzioni i fatti: come se dal 14 giugno 1944 aleggiasse su Coltano una maledizione.

Cosicché a testimoniare della ormai lontana epopea marconiana non restano che le dense, appassionanti sale del Centro visite della Villa Medicea – arricchite dalle donazioni dei tanti che ebbero a lavorare per il Centro Radio – nonché la mostra permanente “Coltano e lastazioneradiotelegrafica Guglielmo Marconi”, allestita presso la biblioteca comunale di Pisa e altrettanto dettagliata e documentata. Ma qualcosa alla tenuta ha lasciato anche la pur breve esperienza Rai: un trasmettitore a onde medie – che con i suoi 120 Kw è peraltro il più potente in Italia – che trasmette Radio1 sulla frequenza di 657 Khz, con un’antenna da 50 metri ben visibile a chi transiti dall’Arnaccio.

Coltano oggi  Nonostante le dichiarazioni d’intenti propalate dalla Regione, dal punto di vista ecologico la tenuta di Coltano risulta oggi completamente abbandonata a sé stessa; a farne fede sono anzitutto le numerose discariche abusive che si incontrano esplorandone il territorio, con rifiuti di ogni genere a violarne il verde, comprese diverse automobili scaricate qua e là invece di essere regolarmente rottamate. È purtroppo questo un destino che accomuna Coltano ad altri siti naturalistici dell’area pisano-lucchese: il parco di San Rossore, il padule di Bientina, il Monte Serra, il Canale dei Navicelli, il lago di Massaciuccoli, il parco fluviale del Serchio.

Particolarmente grave la situazione del tratto terminale di via dell’Idrovora, dalla parte dell’Aurelia, in prossimità del campo nomadi. Qui, direttamente ai margini della strada, viene abbandonato di tutto: camionate di roba che parlano di scarti di refurtive, materiale valutato come scomodo, inutile o il cui smaltimento comporterebbe comunque noie e costi. Questo nell’assenza più totale delle autorità: quando – anche a non voler istituire degli adeguati controlli – non sarebbe poi così difficile in molti casi determinare l’origine della merce in questione e magari risalire all’autore dello scarico. Se poi si pensa che a pochi chilometri di distanza da questa pattumiera a cielo aperto è una delle piazze più visitate al mondo, la cosa non fa certamente onore alle istituzioni pisane.

Il discorso non migliora se si passa a esaminare la situazione degli edifici che hanno fatto la storia di Coltano. Della fine delle due stazioni marconiane si è già detto: aggiungeremo solo che, di tutto quanto il complesso, la costruzione meglio conservata risulta la garitta posta dalla parte dei Palazzi, risparmiata dalle distruzioni teutoniche al pari degli alloggi destinati a militari e dipendenti del Centro Radio. In quest’ultimo caso, il fatto che le varie “palazzine” siano state riconvertite in civili abitazioni ha evidentemente contribuito alla loro manutenzione, determinandone la salvezza.

Un destino che accomuna le gloriose vestigia telegrafiche agli edifici più antichi e prestigiosi della tenuta, a cominciare dalle Stalle: quelle medicee, chiuse da tempo immemorabile, versano nel più totale (e vergognoso) degrado; mentre quelle lorenesi, nelle quali sono stati ricavati appartamenti, godono tutto sommato di buona salute. Lo stesso dicasi per la gloriosa sede dell’ONC, al cui decoro contribuisce la sopravvivenza nei suoi locali del circolo; alla rovina appare invece inesorabilmente condannata anche la scuola Diaz.

Per quanto riguarda la Villa Medicea, sin dalla sua cessione al demanio essa vide privilegiati, rispetto alla conservazione della storicità del monumento, aspetti di ordine pratico. A farne le spese fu soprattutto la sua parte più antica, ossia la chiesa di S. Quirico, dopo che – essendo San Rossore tenuta presidenziale – l’Ente Parco ebbe posto la propria sede a Coltano. Per improvvida decisione dell’amministrazione, il vetusto tempio romanico rinnovato dagli stucchi lorenesi fu sacrificato alle esigenze della modernità mediante la sua suddivisione in vani – a mo’ di scantinato – uno dei quali adibito a centrale termica.

Il passaggio della proprietà di San Rossore alla Regione e la conseguente sua apertura al pubblico ha comportato per Coltano la migrazione di una bella fetta di escursionisti verso quel parco, cui ha fatto seguito la fine di quelle iniziative di grande richiamo sul popolo tirrenico di cui si è detto. Trasferitasi anche la direzione dell’Ente, nella Villa si è allora insediata la Pro Loco, all’appassionato impegno dei cui volontari si deve il rilancio dello storico edificio come dell’intera tenuta, dopo anni di abbandono e decadenza.

In primis Fabio Cosci, al quale va il merito di avere ripristinato lo storico rapporto di Coltano con la radio mediante l’apertura di “Radio Coltano Marconi”: emittente di qualità che alterna la musica d’autore, la promozione di nuovi talenti, l’approfondimento dei vari generi musicali con rubriche specialistiche in cui esperti delle varie discipline intrattengono gli ascoltatori su tematiche di natura culturale, scientifica, tecnologica, ecologica, storica. A Cosci e al suo fido collaboratore Amid (intellettuale venuto in gioventù a studiare a Pisa dalla Giordania, innamoratosi di Coltano e qui rimasto a prestare disinteressatamente la propria opera) è affidata la conduzione del Centro visite e di quello di didattica ambientale.

Sotto il loro impulso la Pro Loco ha inoltre avviato una serie innumerevole di iniziative: il recupero della Palazzina Marconi anzitutto, mediante il suo inserimento nei “Luoghi del cuore”, il censimento promosso dal Fondo Ambiente Italiano allo scopo di tutelare e salvare siti di particolare interesse nazionale; quello del fontanile, altro monumento simbolico della tenuta, vista l’importanza che vi ha sempre rivestito il cavallo. Le molteplici manifestazioni storico-culturali, a cominciare dalla “Colonna della Libertà”, sfilata rievocativa di automezzi militari della Seconda guerra mondiale con a bordo figuranti nelle divise dell’epoca; la valorizzazione degli itinerari naturalistici; la manutenzione della rete di strade bianche; le “giornate ecologiche”, dedicate alla pulizia della tenuta dalla sporcizia che vi viene disseminata; il progetto della pista ciclabile dai Palazzi alle Piagge, tenendo fede alla regola che vuole ogni epoca dotare Coltano di un collegamento con il capoluogo rispondente alle esigenze dei tempi.

Chi percorra oggi la tenuta avrà modo di scoprirne tanti aspetti, tanti segreti da rimanerne affascinato; essa offre anzitutto 40 chilometri di sentieri, da percorrersi a piedi, in bicicletta o a cavallo, nell’armoniosa alternanza di boschi, radure, strade bianche. Quello Mediceo attraversa la riserva naturale, denominata Bosco degli Allori, preziosa testimonianza di una flora tramandatasi nel corso dei secoli; accanto alla specie che dà il nome al percorso troviamo cerro e carpino bianco: il quale normalmente necessita di quote più elevate, ma venendo qui favorito dalla falda acquifera affiorante. Il sentiero della Sementina serve l’altro bosco rilevante del comprensorio, caratterizzato da diversi alberi monumentali: farnie, lecci, querce da sughero. Il percorso della Bonifica ci porta, attraversando vari boschetti e pinete, al lago delle Tamerici; quello del Poggio al Toro è un concentrato di botanica coltanese, racchiusa nelle “fasce boscate” inframmezzate dai campi coltivati: alloro, leccio, farnia, pungitopo, sughera, biancospino, laurotino, prugnolo, olmo, frassino.

E poi le strade: che a saperle leggere ci dicono tutto di Coltano, della sua grandezza e della sua decadenza. Prendiamo la via del Viadotto, che collega i Palazzi all’Aurelia: dovendosi scavalcare l’articolata linea ferroviaria parallela alla Statale ed essendo l’ultimo binario troppo vicino alla strada, ci s’inventa un cavalcavia che attraversa pure quest’ultima, andando a utilizzare quale rampa il Poggio dei Mortellini e dando così vita a uno svincolo che è unico in tutta l’Aurelia, prototipo della moderna uscita autostradale. Che peraltro Coltano avrà – un secolo dopo – grazie all’apertura della Livorno-Genova; per poi però perderlo, declassato anche in questo: magra consolazione, il vedersi citato in Wikipedia per il fatto di essere il suo territorio attraversato dal più lungo viadotto autostradale d’Italia. La via del Caligi è la più frequentata dagli amanti delle camminate ecologiche, a portata di mano da Ospedaletto e dunque dall’immediata periferia della città. A Montacchiello dell’epopea dei fratelli Antoni, della scuola di pilotaggio, della cittadella aviatoria non resta niente: se non il mozzicone della torretta dell’orologio, successivamente utilizzato come pollaio, e il rudere di un capannone, già adibito a deposito per gli attrezzi agricoli.

Ammirati i bei cippi che ne scandivano il percorso – rimossi e collocati in un vialetto adiacente le Stalle medicee – si percorre il Vione dei Pini avventurandosi, oltre l’Aurelia, alla ricerca del tratto scomparso, raggiungendo senza difficoltà il Canale dei Navicelli; di là dal quale sia le quadruplici piante che l’immancabile cisterna lorenese ci dicono che siamo sulla strada giusta. Troviamo le ultime tracce del glorioso viale leopoldino a Castagnolo, miracolosamente risparmiate dall’autostrada: la quale fedele al proprio tracciato rettilineo monta proprio su quei poggioli che accrebbero la proprietà medicea, non mancando peraltro di rimpiazzare gli antichi ricoveri per chi lavorava nella “bandita” descritta dal Repetti con gli autogrill. Oltre, del vetusto Vione più nessun segno.

Scopriamo quindi la via dell’Idrovora: la quale ci svela una struttura così maestosa – quasi una seconda Villa Medicea – degno simbolo di una bonifica tanto ambiziosa. E immaginiamo il lavoro frenetico delle maestranze sotto la direzione degli ingegneri, la curiosità della cittadinanza nel seguire l’evoluzione dei lavori, la soddisfazione del re – ormai pisano pure lui – e dell’opinione pubblica al compimento della grandiosa opera. Poi però, appena più là, la distesa di rifiuti ai margini della pineta ci riporta alla cruda realtà odierna.

Osserviamo le coloniche perfettamente conservate, con il patriottico nome del podere ben impresso sulla facciata: e ci sembra che il tempo qui si sia fermato. Scopriamo tante attività, alcune delle quali legate alle tradizioni della tenuta, altre più moderne e innovative: le aziende agricole, gli agriturismi, i vari centri dedicati al cavallo, la fattoria didattica, il lago per la pesca, il centro cinofilo, il campeggio, la piscina, i campi di calcio, calcetto, tennis, basket, paintball. A Coltano si lavora, offrendo servizi e soddisfacendo passioni di vario genere.

Percorrendo gli spazi aperti, non possiamo fare a meno di rimirare la catena di alture che incorniciano la pianura da una parte e dall’altra, capolavoro di Madre natura. Reso omaggio ai morti, ai dispersi, a chi ebbe a patire le pene dell’inferno nel campo di concentramento, volgiamo infine verso oriente, avviandoci verso la “zona Marconi”. Dai Palazzi, un bel viale di pini ci mostra anzitutto le palazzine residenziali della seconda stazione, tali e quali a quando vi stavano i marinai; poi la Palazzina Marconi, ridotta a un relitto quasi a seguire il destino dei due gruppi di antenne che la incastonavano, di cui restano solo i basamenti in cemento. Infine quella della RAI, apparentemente intatta nonostante sia chiusa da tanto tempo.

Il muro squarciato dalle mine tedesche che racchiude le macerie della seconda stazione precede un delizioso vialetto di allori e tamerici che sbocca nella campagna solcata dal Fosso Caligi, che costeggiamo avendo di fronte la mole del Monte Pisano, a destra la prateria, a sinistra un grande campo arato. Ed è qui che troviamo le prime “piramidi”: le strutture in cemento che sostenevano le antenne più alte del mondo, ciascuna con il suo caratteristico anello di ferro che ci ricorda quelli di ormeggio del molo.

È impressionante la vastità dell’area coperta dalle otto torri, disposte in direzione di San Giusto. Ci prende un nodo alla gola: allora solleviamo lo sguardo verso la sommità del Serra, con la fantasia trasportiamo i suoi imponenti tralicci quaggiù e immaginiamo la meraviglia del “bosco metallico” che vi dominava.

                                                            Bibliografia

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Coltano nella storiaultima modifica: 2021-09-14T21:57:38+02:00da tradersimo
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